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“Dopo la battaglia” (persa) di Pippo Delbono

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piccolo_battagliaUn commento allo spettacolo “Dopo la battaglia” di Pippo Delbono.

29.02.2006. Alla città del teatro di Cascina (PI) andava in scena Il Silenzio, uno spettacolo di Pippo Delbono. Per la prima volta in vita mia mi capitava di commuovermi a teatro. Quello che vedevo era distante anni luce dal canonico incedere teatrale a cui ero abituato. Un teatro fatto di fatica, sudore, rabbia, gioia e liberazione, corpi liberi da qualsiasi convenzione etica, sociale o accademica. Tanta sabbia a coprire il palco, girotondi, corse, piccoli gesti, poche ma incisive parole, un piccolo uomo muto con difficoltà deambulatorie che attraversava il palco. Una battaglia continua tra spettatore e attore, un conflitto senza esclusione di colpi in cui si è tutti in gioco allo stesso modo.

28.02.2012. Alla città del Teatro di Cascina (PI) è andato in scena Dopo la battaglia, l’ultimo spettacolo presentato in Italia da Pippo Delbono, vincitore del Premio Ubu 2011 (http://it.wikipedia.org/wiki/Premio_Ubu). Sono passati 6 anni dalla notte del Silenzio e nel frattempo l’artista genovese ,oltre ad essere stato giustamente riconosciuto come uno dei massimi esponenti del teatro contemporaneo, si è dedicato anche al cinema realizzando quattro lungometraggi( Guerra, Grido ,La Paura, Amore Carne) e un cortometraggio (Blue Sofa), presentati e apprezzati in prestigiosi festival internazionali (Locarno e Venezia su tutti). Per scelta e fortuna dopo Il Silenzio sono riuscito in questi anni ad assistere a quasi tutti gli spettacoli realizzati dalla Compagnia Pippo Delbono (Barboni, Urlo, Gente di Plastica, Questo Buio Feroce, La menzogna), sempre alla ricerca febbrile di quell’emozione originaria maturata nel 2006. È quindi a tratti doloroso costatare l’incredulità provata dopo quest’ultima battaglia.

A prescindere da eventuali sinossi reperibili su qualsiasi sito d’informazione teatrale o sul sito della compagnia (http://www.pippodelbono.it) è utile descrivere alcun passaggi. Pippo Delbono ci accoglie con un potente quadro scenico di diversi minuti in cui il “potere”  assiste ad un inesistente rappresentazione del Macbeth di Verdi. La voce over di Delbono commenta la scena ponendo l’accento sulla natura dello spettacolo , progetto nato come opera lirica su commissione del teatro Bellini di Catania, ma poi decaduto a causa dei tagli al FUS e ad alcune incomprensioni di carattere artistico (“..ma Pippo Delbono non fa il balletto..”). Segue un suggestivo passaggio tratto dal Lago dei cigni con Bobò, l’attore microcefalo ormai quasi alter ego di Delbono ,che insieme alle due ballerine rappresentati il cigno bianco e nero, inscena un altro tableau vivant che ricorda l’opera di Degas. Sono passati circa 20 minuti.

Lo spettacolo ne dura altri 70 ma c’è qualcosa che non va. A differenza di altre occasioni Delbono sceglie innanzitutto di delegare all’immagine video proiettata gran parte della narrazione. Le scelte però sono tanto didascaliche quanto patetiche: rappresentare la sofferenza umana con immagini di corpi straziati o imprigionati in celle è d’incomprensibile approssimazione per un autore che fa(ceva) dell’immagine metaforica o simbolica un tratto caratteristico. La sensazione complessiva in questo senso è di un sostanziale appiattimento dell’analisi complessiva dei fenomeni rappresentati. Se in altre occasioni era lo spettatore a essere trascinato in un sentire profondo in cui percepire significa comprendere, qui è lo spettacolo che scivola pericolosamente verso il basso appagamento di una coscienza critica ridotta ai minimi termini.

La cosa ancora più incomprensibile è che Delbono, criticando apertamente il profetizzato e pasoliniano sistema mediatico contemporaneo, ne ricalca le orme in una sorta di zapping teatrale in cui si punta il dito contro stato, sistema e tubo cattolico. A dominare è quindi l’assenza. Assenza della volontà di andare oltre l’immagine stereotipata, assenza di coraggio nel tradurre in fatti (teatrali) le molte fonti citate  (Pasolini, Artaud, Kafka, Whitman), assenza di sudore e fatica (dopo due ore di spettacolo non ho visto nessun attore affaticato o sudato); presenze che sei anni fa, invece, mi stordirono piacevolmente.

piccolo_battaglia_2Il tratto snervante dello spettacolo si sintetizza nella sequenza d’intervallo in cui è inscenata la parodia di un premio di poesia paesano, innegabilmente divertente ma permeata di bassa retorica nazional popolare. Quella retorica radical chic che ti fa sorridere con gusto ma che nel frattempo, grazie allo zuccherino che addolcisce il tutto, ti sodomizza beatamente. Delbono, in questo caso, sembra essersi seduto sulla comoda poltrona dell’appagamento, combattendo in punta di fioretto una battaglia non ancora vinta, trascinando i suoi attori, solitamente illuminanti, in un’inconsueta piattezza interpretativa. Anche quelli che un tempo erano i simboli di un teatro di confine capace di rompere gli argini, in questo contesto perdono energia e senso di esistere. Bobò e Gianluca (i due attori diversamente abili), sembrano essere diventati ormai dei feticci da adorare, da applaudire, da incitare, fenomeni individuali che emergono qua e là dentro la rappresentazione, niente a che vedere con gli spettacoli di esordio in cui erano parte di un unico meccanismo che pulsava all’unisono.

Forse è proprio questo il problema. Il Delbono visto in Dopo la battaglia sembra essersi accartocciato su stesso, in un egocentrismo che finisce per frammentare eccessivamente anche la parte più strettamente drammaturgica (che in Urlo del 2007 ha forse raggiunto un apice), in un ripetere tedioso di motivi, stati d’animo e metodi interpretativi ormai stanchi e logori , in un continuo strizzare l’occhio a un pubblico che non avrebbe bisogno di rassicurazioni ma di pugni nello stomaco. I pugni dei Delbono invece rimangono saldamente in tasca a osservare le coreografie di Marie Agnes Gillot (etoile dell'Opera di Parigi) Marigia Maggipinto, e Grazia Spinella, o al massimo agitati in aria al suono del violino di Balanescu.  E poi c’è Pina Bausch, che nell’anno della sua scomparsa viene  ricordata ed evocata, con procedure simili a quelle usate da Wenders per il suo film Pina.

Ricordi, frammenti rielaborazioni di partiture coreografiche. Nel Calderoniano recipiente finiscono anche la madre dell’autore e un’annunciata e forse comprensibile deriva cristiana a e spirituale, in un crescendo didascalico che tocca il suo apice con la dedica finale a Bobò. Un tempo non sarebbe servito sottolinearlo a parole, purtroppo adesso si. Finisce lo spettacolo. Il pubblico applaude.

È opinione diffusa che in questo momento storico l’attività artistica di Pippo Delbono trovi maggiore forza nel mezzo cinema, dove, l’autore riesce effettivamente a colpire ancora molto con uno stile assolutamente inusuale e di grande forza espressiva. Forse è un periodo, forse ormai sarà sempre così, forse sono io che sono invecchiato. In ogni caso spero di rincontrarlo come l’ho conosciuto, con i pugni ben stretti e pronti a colpirmi.

Per senza soste.it  

   Jacques Bonhomme

 

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