Falsificare i bilanci, gonfiare le vendite, inventare operazioni per colmare un buco che diventa sempre più una voragine. Giocare con la finanza in maniera creativa e disinvolta senza pensare che, dietro a queste gestioni spregiudicate, ci sono migliaia di risparmiatori. Vittime inconsapevoli di imprenditori senza scrupoli, spesso inadeguati per il ruolo che ricoprono sulla scena della finanza mondiale. Andrea Molaioli nel suo secondo e atteso film, Il gioiellino, (dopo l'acclamato esordio con La ragazza del lago) ha scelto di affrontare una vicenda ispirata al crac Parmalat raccontandola dal punto di vista dei protagonisti: Amanzio Rastelli, padrone di un impero, la Leda, ed Ernesto Botta, suo fido ragioniere, interpretati rispettivamente da Remo Girone e Toni Servillo.
Il film, nelle sale da venerdì (distribuito da Bim in 170 copie), ripercorre dieci anni, a partire dal '92, l'espansione e il declino di un'azienda visti dall'interno dei piccoli uffici dove lavorano fino a tardi manager improvvisati o raccomandati (come la nipote di Rastelli, interpretata da Sarah Felberbaum), capaci di muovere miliardi usando scanner, colla e bianchetto, che girano il mondo parlando un inglese studiato sulle cassette e relegati in vite grigie, senza aspirazioni. È la storia - realmente accaduta - del disastro finanziario di una grande azienda agro-alimentare della provincia italiana. "La storia della Parmalat - ammette il regista durante la presentazione del film oggi a Roma - era paradigmatica per capire quello che è avvenuto e che sta ancora avvenendo nel mondo della finanza italiana. Ci siamo mossi nel solco del nostro cinema d'impegno civile, con un occhio soprattutto a Il caso Mattei di Francesco Rosi".
Scritto da Molaioli, Gabriele Romagnoli e Ludovica Rampoldi, il film è pieno di riferimenti alla realtà italiana, compreso un presidente del Consiglio che ama le barzellette e ha una squadra di calcio. "Per stare nella serie A del capitalismo bisogna giocare a tre punte: un giornale, una squadra di calcio e una banca", dice un senatore spiegando a Rastelli come espandere la sua azienda, il suo gioiellino, verso nuovi mercati. Le manovre di Rastelli ricalcano quelle di Calisto Tanzi che ha prima lanciato la Parmalat verso i mercati internazionali, poi verso la quotazione in Borsa. Per proseguire con l'uso di società off-shore e bilanci truccati, fino al crac finale, in cui il castello di carte costruito senza perizia dai protagonisti Rastelli-Botta (Tanzi-Tonna nella realtà) svanisce.
C'è chi seppellisce l'argenteria in giardino, chi distrugge documenti e butta le carte compromettenti nei cassonetti, chi si uccide mentre tanti risparmiatori si ritrovano da un giorno all'altro rovinati. Ma di questi non c'è traccia nel Gioiellino perché, spiega Molaioli, "il film nasce per il mio interesse su quanto accaduto con la crisi globale finanziaria degli ultimi anni. Ho cominciato così a studiare certe cose e mi sono ritrovato anche a rileggere quanto è accaduto alla Parmalat, un caso folkloristicamente italiano ma con aspetti internazionali. La storia racchiusa nel film finisce un attimo prima che esplodano in tutta la loro gravità le conseguenze del crac. Inoltre volevamo restare dentro quelle stanze cercando di afferrare in profondità, raccontando l'umanità delle persone coinvolte, quanto vi accadeva all'interno".
Oltre alla politica, "la religione è un elemento centrale per questa classe imprenditoriale - spiega ancora Molaioli - fa parte delle strategie di comunicazione, è una maschera dietro la quale nascondersi. Come la squadra di calcio". Nel film Rastelli-Tanzi ne possiede una, gestita dal figlio, che verrà messa sul piatto della bilancia quando l'imprenditore, sull'orlo della bancarotta, chiederà aiuto al presidente del Consiglio. "Alcune fonti ci hanno raccontato che Tanzi andò da Berlusconi per farsi salvare - racconta la sceneggiatrice, Ludovica Rampoldi - e che i due finirono per parlare di calcio, con il premier che chiese e ottenne la vendita sottocosto del giocatore più rappresentativo del Parma: Gilardino. Cosa avvenuta puntualmente dopo l'incontro".
Frase cult del film, quella che dice Servillo ai giornalisti che lo intervistano subito dopo l'arresto: "Possiate morire di morte lenta e dolorosa voi e i vostri cari". Una frase realmente pronunciata da Fausto Tonna, ex direttore finanziario della Parmalat. "Tonna rispetto a Tanzi è stato sbattuto meno in prima pagina - spiega Servillo - e questo mi ha permesso di lavorare più liberamente sul personaggio del ragionier Botta". Remo Girone, che non ha conosciuto Tanzi direttamente perché "persona molto riservata", ringrazia "gli sceneggiatori per avermi fornito un copione dettagliato che è la fortuna di ogni attore". E aggiunge che l'unica cosa che lo accomuna a Rastelli è "il rapporto di fedeltà con mia moglie".
(01 marzo 2011)
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