
Voglia di mamma. Maschi e figli con poca fantasia
LA PRIMA COSA BELLA
DI PAOLO VIRZÌ, CON MICAELA RAMAZZOTTI, STEFANIA SANDRELLI, ITALIA 2010
Il riferimento, lo dice per primo il regista, è la commedia all'italiana, esplicitata dall'omaggio a Dino Risi che vediamo nel film sul set livornese di La moglie del prete in cui la protagonista è maldestra comparsa. Eccoci dunque nell'ambizione di un cinema sentimental-popolare d'altri tempi, quando in sala si rideva, si piangeva, e chissà? nascevano amori un tantino illeciti. Ma Paolo Virzì che di quella «commedia all'italiana» si sente erede contemporaneo - ammesso che oggi abbia un senso rifarla visto che si nutriva del suo tempo - sembra guardare più alla fiction televisiva. Forse è questo l'ammodernamento a cui pensavano scrivendo La prima cosa bella, melensa canzone di Nicola di Bari, lui, Francesco Piccolo e Francesco Bruni dove, visto che siamo in Italia si parla della mamma. Quella dei sogni di ogni maschio italiani, la sua «prima cosa bella» che è sempre la mamma pur se «puttana» almeno secondo la mentalità livornese dell'epoca, 1971, anche se è difficile vederli i Settanta nel film.
La nostra da anziana, malata terminale di cancro, è la sensualissima Stefania Sandrelli, da giovane svampita con la sigaretta sempre in mano ( il fumo uccide ...) è Micaela Ramazzotti. Che vorrebbe essere attrice (ma certo non si pensa alla meravigliosa Sandrelli di Io la conoscevo bene), con sé trascina i due figlietti, Bruno e Valeria, e riempie i sogni erotici dei maschi locali: il marito carabiniere che la insulta e fa l'amore furtivamente con lei, il vicino critico di provincia relegato in trafiletti a fondo pagina, il timido proprietario del negozio di costumi, l'avvocato ... I due ragazzini osservano da dietro le porte, crescono, e il maschio che ormai la odia fugge a Milano.
«Mia madre è fantastica ci ha solo rovinato la vita» dirà parlandone da adulto (Valerio Mastandrea) depresso e consumatore «occasionale» di brown sugar. É lui l'io narrante in un'altalena di flashback davanti alla malattia materna che l'ha riportato a Livorno, città originaria di Virzì, e alla sorellina (Claudia Pandolfi). Non sembra però Virzì il depresso prof. Bruno, e parlare di «autobiografia» significherebbe mettere in gioco frammenti emotivi che qui non esistono. É per questo che Virzì sbaglia anche la commedia pensando che il dosaggio perfetto di comicità e commozione, indispensabile alla riuscita, sia scrittura senza vuoti, ambiguità, cattiveria, compassione. I dettagli di questa scrittura sono opachi, luoghi, personaggi, sentimenti restano sul fondo. La provincia Virzì non ce la dice se non nello stereotipo come il tutto resto - tipo affidare all'eskimo del ragazzino gli anni Settanta. Soprattutto manca l'amore per i personaggi, l'amore per il femminile, ancora più obbligato se l'io narrante è maschio e ci porta tra i fantasmi maschili eterni. Ma Virzì riduce pure questi a «battutaccia» - la scena della prima volta con la compagna di classe è orrenda - ammiccando a una banalità «facile» di sapore un po' stantio.
di Cristina Piccino
da Il Manifesto del 15-1-2010
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