Tra il 1948 e il 1995 quattro storie incrociano la formazione dei contorni dello stato di Israele. Tra queste c’è Miral, una delle tante ragazze portata in salvo da Hindi Husseini, la benefattrice eroina.
Ma il racconto, avviatosi su ritmi entusiasmanti, segue progressivamente il percorso più semplice e meno articolato della cronaca rivelandosi ben presto poco appassionato e poco convincente. Da un film multietnico (la base è il libro della Jebreal, che è anche un po’ italiana, ma poi il film è stato girato da un regista ebreo americano, prodotto da un francese di famiglia cristiana, un newyorkese e dal tycoon dei produttori arabi, Tarak Ben Ammar, interpretato da un’attrice, Hiam Abbas, nata a Nazareth e dall’indiana Freida Pinto), attraverso il quale il regista vorrebbe esprimere una certa urgenza interiore e raccontare il punto di vista di una ragazza palestinese, forse, ci si aspetterebbero più sfumature e decisamente più coraggio (almeno sul piano artistico).
Miral, nonostante le buone intenzioni, e nonostante una certa chiarezza “espositiva”, quasi fosse una lezione di storia, sembra proprio non voglia oltrepassare un certo limite artistico per rimanere il più raggiungibile possibile dal pubblico (nella versione originale è “limitante” pure l’uso della lingua – scartato l’arabo in favore di un inglese arabizzato). Rimangono pochi granelli interessanti, come il colore e la fotografia di alcune sequenze, l’idea che la cultura e il sapere rappresentano la salvezza e il fatto che lo sguardo di Schnabel non perda mai l’occasione per essere coerente, controllato e distaccato. Aspetti che stridono, però, di fronte all’insistente uso delle parole. Miral è un film che spinge lo spettatore dentro le mura di Gerusalemme, lo conduce nei vicoli più bui, gli fa toccare con mano le gli oggetti del suk. Ma poi delude quando mette in mostra la necessità di spiegare. E per questo non ha la possibilità di spiccare il volo come vorrebbe.
Curiosità
| < Prec. | Succ. > |
|---|
















