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Film: Welcome (2009)

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welcome.jpg"Welcome", il film-scandalo sull'immigrazione.
Bilal è un ragazzo curdo di diciassette anni, in fuga da un paese in guerra. Ha lasciato l’Afghanistan inseguendo un sogno: raggiungere l’Inghilterra, dove vive Mina, la sua ragazza. Dopo tre mesi di viaggio attraverso l’Europa arriva a Calais, la città a nord della Francia da dove partono i treni merce diretti nel Regno Unito. Cerca allora di attraversare la Manica insieme ad altri migranti, nascosto nel retro di un camion. Ma il tentativo fallisce perché Bilal, non riesce a tenere in testa il sacchetto di plastica che lo dovrebbe proteggere dalle esalazioni di anidride carbonica, ma che per lui rappresenta il ricordo di otto giorni di prigionia e torture passati nelle carceri turche. Allora si convince che c’è un solo modo per andare dall’altra parte: attraversare la Manica a nuoto. Ma per farlo ha bisogno di allenarsi. Lo farà in una piscina pubblica della città, sotto la guida di Simon, l’istruttore di nuoto interpretato da un bravissimo Vincent Lindon.
Si chiama “Welcome”, l’ultimo film di Philippe Lioret, che racconta il dramma dei rifugiati, per lo più afgani, che si ritrovano nella cosiddetta “giungla di Calais”. Il film già acclamato da pubblico e critica (oltre quindici minuti di applausi al Festival di Berlino), ha suscitato in Francia moltissime polemiche. Sullo sfondo delle vicende di Bilal c’è infatti una società, quella francese, resa ancor più intollerante dalle leggi restrittive sugli stranieri volute dal governo Sarkozy. In particolare dall’articolo L622/1 della normativa sull’immigrazione che prevede fino a cinque anni di carcere per chi aiuta gli immigrati irregolari. “Quello che accade oggi a Calais ricorda ciò che è accaduto in Francia durante l’occupazione tedesca: aiutare un clandestino è come aver nascosto un ebreo nel ’43, vuol dire rischiare il carcere” ha commentato Lioret subito dopo l’uscita del film nelle sale francesi, scatenando una violenta polemica a cui ha risposto lo stesso ministro dell’immigrazione Eric Bresson, definendo improprio il paragone. Non è si fatta attendere la controreplica del regista che dalle pagine di “Le monde” ha confermato la sua posizione. “Non voglio mettere in parallelo la Shoa con le persecuzioni di cui sono vittime gli immigrati di Calais e i volontari che tentano di aiutarli- ha detto- bensì i rispettivi meccanismi repressivi che stranamente si somigliano”.
Al di là delle polemiche “Welcome” è un film bello ed emozionante, che racconta con estrema semplicità l’incontro tra due persone diverse, Bilal e Simon, che non riescono a rassegnarsi alle ingiustizie e ad accettare il fallimento. “Simon come tutti noi è una persona ben lontana dall’essere perfetta - sottolinea Lioret - all’inizio non è interessato ai problemi degli immigrati di Calais. Quando incontra Bilal lo aiuta per motivi sbagliati, ossia per far impressione su Marion, da cui si sta separando. Poi le cose gli sfuggono di mano: aiutare un immigrato è un reato punibile dalla legge, ma la cosa va avanti, è sempre più coinvolto nella vicenda di Bilal, di cui capisce la profonda ingiustizia. Entrambi stanno lottando per salvare il loro amore e la loro storia può riassumersi come quella di due destini contro l’assurdità del mondo”.
Il progetto del film è stato portato avanti con un lungo lavoro sul campo, coadiuvato dalle organizzazioni non profit impegnate a Calais. “Abbiamo seguito i volontari venendo a contatto con i rifugiati. Quello che ci ha sorpreso di più è stata l’età: il più vecchio aveva 25 anni - ha detto il regista -. Parlando con Silvie Copyans, dell’organizzazione Salam, abbiamo saputo che molti, come tentativo estremo, provano ad attraversa la Manica a nuoto. Mentre tornavamo a Parigi, le nostre menti erano così prese che in macchina non abbiamo scambiato una parola”. La causa del film è stata sposata subito anche da Vincent Lindon. “Spero che le cose cambino in Francia- ha detto-. Non ho mai fatto un film per ragioni politiche ma se questa legge cambiasse anche grazie a Welcome sarebbe davvero un motivo d’orgoglio”. Il film verrà presentato al Torino film festival il 18 novembre. Arriverà invece nelle sale italiane l’11 dicembre prossimo.

Sabato 14.11.2009 08:00

pubblicato su: www.affaritaliani.it

 

NOTE DI REGIA di Philippe Lioret

welcome1.jpgIl Messico francese…

Il progetto di Welcome nasce dalla forte attrazione che ho provato da subito verso questo particolare soggetto, dedicato a uomini in fuga dai propri paesi d’origine e determinati a raggiungere quell’Eldorado che l’Inghilterra rappresenta ai loro occhi. Dopo un viaggio improbabile, essi si trovano bloccati a Calais – frustrati, maltrattati e umiliati – a pochi chilometri dalla costa inglese, che riescono persino a vedere in lontananza. Parlandone una sera con lo sceneggiatore Olivier Adam, ho capito come quel posto fosse la nostra “frontiera messicana” e che sarebbe bastato scavare un po’ per ricavarne una storia di grande impatto drammatico.

Ricerche sul campo
Insieme a Emmanuel Courcol ho contattato le organizzazioni non profit che fanno il possibile per aiutare queste persone, quindi siamo partiti per Calais. Per parecchi giorni, durante un inverno ghiacciato, abbiamo seguito i volontari di queste organizzazioni, venendo a contatto con la vita infernale dei rifugiati: la “giungla” dove trovano riparo, il racket delle estorsioni dei contrabbandieri, le infinite persecuzioni da parte della polizia, i centri di detenzione, i continui controlli dei camion dove stanno ammucchiati per riuscire a imbarcarsi sul traghetto e dove rischiano la vita per sfuggire alle ispezioni… Quello che ci ha sorpreso di più è stato l’età dei rifugiati: il più vecchio non aveva 25 anni. Quando abbiamo parlato con Silvie Copyans, dell’organizzazione Salam, abbiamo saputo che molti di loro, come tentativo estremo, hanno provato ad attraversare la Manica a nuoto. Mentre tornavamo a Parigi, le nostre menti erano così prese da quanto avevamo visto che in macchina non abbiamo scambiato neanche una parola…

Io e Vincent
Quando ho parlato a Vincent Lindon del soggetto, mi ha detto che avrebbe fatto il film anche senza leggere la sceneggiatura. Vincent è un uomo dal cuore d’oro e credo che, al di là del personaggio di Simon, gli piacesse l’idea in sé di imbarcarsi in questo progetto. Certo, le persone che ci conoscono entrambi temevano che ci sarebbero stati attriti sul set. Tuttavia, lavorando con lo stesso obiettivo, si è creata una chimica eccezionale tra di noi, che ha influenzato positivamente il risultato finale. Vincent è un attore capace di comunicare delle emozioni con un semplice movimento o una postura: spesso, grazie a lui, si può fare a meno di una frase intera. È un perfezionista ed è sempre disposto ad ascoltare. So che a film concluso è buona educazione parlar bene di tutti, ma lo dico sinceramente: con Vincent è stato uno splendido incontro, sia sotto il profilo umano che artistico. Faremo altri film insieme.

Trovare Bilal
Trovare un attore per Bilal è stato come trovare un ago in un pagliaio. Mentre scrivevamo il suo personaggio, un diciassettenne che parla solo curdo e inglese e che dovrebbe reggere il film sulle spalle insieme a Vincent, ci sono venuti i sudori freddi: neanche sapevo se un tipo del genere esistesse da qualche parte nel mondo. Con Tatiana Vialle, responsabile del casting, abbiamo viaggiato per settimane da Berlino a Istambul, da Londra alla Svezia,  dove vivono grandi comunità di curdi. Alla fine, abbiamo scoperto Firat proprio in Francia. Ovviamente non era un professionista e le prime prove erano… qualcosa di inusuale. Ma aveva un’intensità e un’autenticità che hanno fatto la differenza.

La ragazza della porta accanto
Audrey Dana è quella che si dice una “ragazza della porta accanto”, ossia l’esatto opposto della “starlet”. Mi ci è voluto un po’ per trovarla. Avevo bisogno di una donna credibile come insegnante di scuola media che andasse a servire alla mensa dei rifugiati per un semplice spirito umanitario. Non volevo tuttavia che apparisse come una “suffragetta” militante, quanto piuttosto come una donna che sta bene con se stessa e che possiede un’innata e sincera generosità. Audrey ha questa generosità.

Luoghi reali
La piscina pubblica è quasi un personaggio essa stessa e agisce da catalizzatore della storia: non solo evoca il fallimento della carriera di Simon come nuotatore, ma è anche dove Bilal impara a nuotare con la speranza di attraversare la Manica. È molto importante per me filmare nei posti dove l’azione ha luogo davvero. Quando giri in posti reali, racconti meglio qualsiasi vicenda: le strade di Calais, il porto gigantesco, la spiaggia di Blériot, il continuo andirivieni dei traghetti… tutte queste atmosfere conferiscono autenticità al film. Proprio per far risaltare l’aspetto realistico, il produttore Cristophe Rossignon e io abbiamo deciso di non andare a girare in Repubblica Ceca o in Romania, come spesso succede per questioni di budget. E il film ne ha risentito molto positivamente.
Il cartellino del prezzo
Non ci sono moltissime opzioni nella scelta dell’inquadratura più adatta a una scena e bisogna prendere la decisione giusta. Passo il mio tempo chiedendo agli attori di essere autentici, ma, a suo modo, anche la cinepresa può rischiare di essere “falsa”. Se in una scena si nota troppo e i suoi movimenti sono accessori, uno pensa: “Ok, questa è finzione”, e io credo che invece di guadagnare, si perda qualcosa. Come spettatore, quando mi piace un film è come se ricevessi un regalo. Ma se il lavoro che c’è dietro è troppo evidente, mi sembra quasi che ci abbiano lasciato sopra il cartellino del prezzo.
fonte: www.wuz.it
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