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Genova 2001 e la “MACELLERIA MESSICANA”. Intervista a Daniele Vicari, regista di “DIAZ, non pulire questo sangue”

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Diaz_-_il_regista_Daniele_VicariGenova 2001, la messa in mora della Costituzione: la notte alla scuola Diaz con la sua “macelleria” ne è stato il passaggio più evidente, accanto ai pestaggi in piazza e alle torture nella caserma di Bolzaneto. Un movimento di massa -sopratutto di giovani – venuto a protestare contro i potenti riuniti in G8, cui viene “impartita una lezione militare” e lanciato un messaggio esplicito: “Statevene a casa, non interferite”. Sul massacro della Diaz, Daniele Vicari ha girato un film -prodotto da Fandango – che è stato presentato al festival di Berlino, dove ha ricevuto il Premio del pubblico, e che uscirà in Italia il prossimo 13 aprile.

IL MALE: “DIAZ non pulire questo sangue”: un film che fin dal titolo vuole essere un esercizio di memoria?
Daniele Vicari: Quando i giornalisti entrarono alla scuola Diaz, dopo il massacro, trovarono su una parete insanguinata un piccolo foglietto con quelle parole scritte in inglese. Ci è sembrato giusto usarle e con questo titolo il film uscirà in tutto il mondo. Per ricordare ciò che è successo in quella scuola di Genova nel luglio del 2001 e nella caserma di Bolzaneto.

Secondo voi c’è continuità tra l’irruzione alla Diaz e le torture di Bolzaneto?
Il film, al 90%, è basato sulle carte processuali. La continuità sembra evidente: semplicemente illustrando i fatti si ha la sensazione di un progetto, non di atti inconsulti. Non mi sembra che la situazione sia sfuggita di mano alle autorità: quei pestaggi, quelle violenze, quella messa in mora del diritto e dell’habeas corpus, sembrano molto di più la conseguenza di un progetto politico.

Un piano deciso a tavolino?
Non lo so. Non so se qualcuno e chi l’abbia deciso a tavolino. So che è accaduto e so che tutto questo è stato rimosso. Qui, nasce l’idea del film. Perché leggendo gli atti processuali io ho provato terrore, come cittadino europeo. Terrore che nell’Italia e nell’Europa del XXI secolo potessero accadere cose simili e che cose simili possano essere accantonate dall’opinione pubblica. In questo senso il film è un grido dall’allarme per la democrazia, quella che tutti diamo per scontata fino a dimenticarci cos’è e cosa dovrebbe garantire.

Sulla polizia volete fare gli anti-Acab?
Si tratta di due film che vivono su due pianeti diversi. In “DIAZ non pulire questo sangue” non c’è nessuna sociologia del celerino, racconto crudamente alcuni fatti che hanno per protagonisti 130 personaggi, – poliziotti e manifestanti – le cui storie e i cui destini si intrecciano alla Diaz e a Bolzaneto. È un film corale, i fatti sono al centro e parlano da soli, non hanno nemmeno bisogno di commenti o ricami.

È un’operazione che può suonare come antipatriottica, in un momento in cui la “patria” è in difficoltà e il Presidente della Repubblica invita ogni giorno alla coesione, voi ritornate su episodi scomodi e perdipiù lontani. Non vi viene il dubbio di sollecitare nuove divisioni e conflitti?
Ma anch’io faccio parte della “patria”. Il cinema è parte di questo paese, che può migliorare solo se non fa sconti a nessuno nella ricostruzione della propria storia. Il fatto che un simile film venga dall’Italia, evitando di essere anticipati da qualche altra produzione, è un buon segno, un segnale di civiltà. Dopodiché so bene che il film scontenterà tutti, ma del resto il cinema italiano ha una lunga tradizione di “disfattismo”, basti ricordare le accuse di Andreotti al neorealismo…

Volete, con un film, far uscire la democrazia dai suoi guai?
Noi abbiamo fatto solo un film, che non risolve i problemi del paese. Ma può aiutare. In questi ultimi dieci anni ci siamo – in Italia – accontentati di raccontarci un sacco di storielle minori. Invece c’era una sorta di guerra un po’ sottotraccia, in cui si bombardavano la democrazia e i diritti. E questa guerra non dichiarata è passata per Genova. Ora, forse, è iniziato il dopoguerra, soprattutto per la nostra generazione. In questo nostro dopoguerra abbiamo la possibilità e il dovere di cominciare a raccontare quegli anni, c’è la necessità di farci i conti.

Il film è stato accolto molto bene all’estero – a Berlino avete fatto una conferenza stampa affollatissima, persino più lunga di quella di Angelina Jolie. Ma chissà in Italia..
Vedremo, ma credo che chi non ci ha creduto sarà smentito. È un film particolare e costoso. Otto milioni di euro, 10.000 comparse, solo per dare due cifre. È multilingue e in questa versione girerà in tutto il mondo. Anche tecnicamente è stato complicato, però per un regista farlo è stato come per un bambino andare a Disneyland: uno sballo. Politicamente è stato complicato, perché è nato nella diffidenza totale e perché non vuole tranquillizzare nessuno. Anche rispetto alla polizia, messa sotto accusa seguendo gli atti processuali, non è un semplice atto d’accusa cui segue condanna. È più complicato, perché cerca di raccontare una cosa più complessa, quello che è stato uno shock per la democrazia che ha lasciato il segno.

di Gabriele Polo pubblicato su http://www.ilmale.net


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