E’ una serata strana quella dell’altra sera, quando i Motorpsycho piombano in tir sul Cage di Livorno. C’è un ventino antipatico a mettere gelo, proprio alla vigilia di una festa che dovrebbe riscaldare cuori e culi, e invece carbura scontrini e regala occasioni a babbei immemori di conformarsi al nichilismo di moda. Ci volevano i capelloni venuti dalla Norvegia per farci gioire, con il live del loro ultimo parto, The Death Defying Unicorn, una “fantastica e abbastanza insolita fiaba musicale” creata in collaborazione con Stale Storlokken, tastierista che accompagna la band in occasione dell’uscita del lavoro. Un concept album dal sapore antico, ma che riesce a mischiare alla psichedelia metallica dei Seventies le geniali linee ritmiche di Bent Saether e Kenneth Kapstad, in un viaggio immaginario alla scoperta di nuovi lidi sonori e vecchie ancore musicali, con cui far fronte, almeno in fase audio, alla frigida austerità primaverile. I tempi di Lobotomizer, album d’esordio del 91, non sono affatto lontani, e alle tempeste che sconquassano la musica negli ultimi vent’anni la band norvegese sopravvive bene, senza il cattivo gusto di sopravvivere a se stessa. Tra l’incanto e la noia “l’Unicorno che Sfida la Morte” senz’altro rapisce, come dovrebbe fare la musica che ambisce a sfidare i tempi tritasingoli della videocrazia. La creatura fiabesca disegnata dietro al palco sembra dirci proprio qualcosa di simile. Con lo scettro musicale indica alle proprie spalle una mareggiata appena conclusa, uno tsunami che ha lasciato solo una barca a sopravvivergli sulla spiaggia. Vederci soltanto un nostalgico relitto non aiuta a combattere il freddo che ci attende anche d’estate.
Per Senza Soste, Bojo
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