“..Ora cerco una scusa non ho avuto i coglioni..” Virginiana Miller - La carezza del papa.
Come ha detto un amico, questo film è un enigma. Coperto dalla spregiudicata aura morettiana, Habemus Papam si sviluppa in una singolare dialettica tra servi e padroni. Moretti, alla ricerca di un cinema che porti in scena idee “fresche”, elabora la parabola di un pontefice che, una volta eletto, non riesce a sostenere il peso dell’incarico.
Su questa già forte base narrativa, Moretti costruisce due filoni drammaturgici: il percorso del (corpo) del papa, che si trascina in una Roma fittizia alla ricerca di risposte, il percorso dei cardinali del conclave, costretti a risiedere in vaticano in attesa dell’ufficiale inizio del pontificato. Alla mai scontata drammaticità del volto di Michel Piccoli (interprete eccezionale), si contrappone l’arguta ironia con cui vengono descritti i cardinali. In questo contesto, l’assenza di un riferimento concreto è colmata dalla presenza dello stesso Moretti che, come da tradizione, porta in scena parte di stesso, interpretando una psicoanalista, chiamato ad aiutare il santo padre, che sarà costretto suo malgrado a restare segregato all’interno del vaticano. La dialettica servo-padrone evolve quindi in un incontro tra inconscio psicanalitico e fede religiosa (ultimi baluardi del credere contemporaneo), in un dialogo che continua però a non dare risposte concrete. Il microcosmo vaticano, nell’incertezza, trova realizzazione metaforica e diagnosi medica, in una dimensione tutta terrena, in un grottesco torneo di pallavolo che rende vitalità e sudore ai corpi quasi putrefatti dei cardinali.
Parallelamente, all’interno del contesto urbano, il santo padre sembra trovare risposte non tanto nella pratica psicanalitica, quasi ridicolizzata attraverso l’abusato concetto di deficit di accudimento con cui si cercano di giustificare le angosce umane, quanto nella pratica teatrale di rappresentazione spettacolare. Attraverso la sospensione temporanea e volontaria dell’incredulità, necessaria allo spettatore per entrare nel gioco teatrale, l’illusione non è più inganno ma verità; una verità che il santo padre elabora ed esprime proprio grazie a Cechov.
Una verità che però si rivela essere debole, transitoria ed appartenente ad un mondo che non esiste più. Azzardando un paragone, sembra di trovarci davanti ad un “Dillinger” invecchiato e su cui grava un insostenibile colpa, forse un lontano (ma non troppo) parente di uno stile “Ferreri” difficilmente raggiungibile, ma che attraverso il corpo stanco di Michel Piccoli (stanco di abbuffate?) riemerge qua e là in tutto il film. Non è possibile, infatti, fuggire in eterno, la dialettica servo-padrone irrompe letteralmente e nuovamente sulla scena, riportando l’ordine la dove c’era il caos, facendo valere il dato numerico e materiale su quello puramente spirituale. Il corpo deve essere rappresentato, deve apparire, in un modo o nell’altro, dentro il sistema. La confessione non può più essere celata nel buio del teatro o nell’intimo di un confessionale, ma deve manifestarsi alla luce del sole, agli orecchi di miliardi di fedeli. La risoluzione filmica (a tratti spiazzante) non ammette alibi, solo molti punti interrogativi che lo spettatore dovrà decodificare individualmente, a cui però possiamo rispondere con un ultima considerazione tutta terrena: Anche i papi hanno i coglioni.
Da più parti si è etichettato questo film come il più maturo, il più riuscito, il più universale, il meno politico, il più divertente dei film di Moretti. Forse tante etichette sono inutili, resta solamente la bontà di un progetto che, nonostante alcuni passaggi oscuri legati alla sceneggiatura (ma forse non può essere altrimenti visto il tema trattato), rafforza ulteriormente lo stile di un autore che, fortunatamente, riempie ancora le sale facendo pensare.
per senzasoste.it
Jacques Bonhomme
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