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Ruggine, Terraferma, L'ultimo Terrestre. L’alieno nel cinema italiano

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immagine_ruggine_21392Intorno alla metà degli anni Cinquanta, riflettendo sulla dimensione antropomorfa che la fantascienza e la cultura popolare di quel periodo attribuivano alla figura dell’alieno (identificabile tout court con il marziano), Roland Barthes notava come uno dei caratteri costanti di ogni mitologia piccolo borghese risiedesse nella totale incapacità di immaginare l’altro. “L’alterità”, scriveva lo scrittore francese, “è il concetto che più ripugna al buon senso”: al punto che il controllo sociale dell’Altro si esprimeva allora, nel cinema come nella cultura di massa, attraverso un atto di appropriazione e di ridefinizione morfologica che lo rendeva in tutto e per tutto omologo all’Identico (Gianni Canova, L’Alieno e il pipistrello, studio Bompiani, Milano, 2001).

Ruggine, Terraferma, L’ultimo terrestre.

Oltre ad essere italiani e ad aver condiviso la passerella del Festival del Cinema di Venezia, questi tre titoli si avvicinano per una curiosa similitudine: Gaglianone, Crialese e Gipi, fanno ruotare la vicenda intorno alla presenza di una forma aliena che minaccia l’ordine (o il disordine) della comunità.
Utilizzando registri diametralmente opposti possiamo ricondurre le tre pellicole alle tre grandi figure che nel mondo classico esprimevano l’intero repertorio delle accezioni semantiche dell’alterità: Hostis (il nemico), Xenos (lo straniero), Hospes, (l’ospite).
In Ruggine, Gaglianone racconta l’infanzia periferica di un gruppo di bambini alle prese con tragiche vicessitudini. Il già precario equilibrio del microcosmo infantile, interamente ancorato intorno alle lamiere di una vecchia fabbrica, è sconvolto dall’arrivo di un medico pedofilo che uccide bambini, un Hostis che solo i piccoli protagonisti riusciranno ad abbattere (non senza ripercussioni psicologiche posteriori). In questo caso il nemico è dipinto con una carica maligna che rasenta il grottesco, come il male assoluto che irrompe nella realtà del ricordo, come l’uomo nero vestito con il camice bianco.
In Terraferma, Crialese, affronta il tema dell’immigrazione con gli occhi di una comunità in divenire incapace di trovare un giusto compromesso fra tradizione e progresso. In questo caso l’altro è Xenos, lo straniero, personificato in una doppia veste: da un lato i turisti, bianchi, emancipati e moderni rispetto alla comunità arcaica della piccola isola di Linosa, che vengono accettati come pura fonte di sussistenza, dall’altro i clandestini, dalla pelle scura, quasi incomprensibili e respinti dalla burocratica necessità di far rispettare un ordine. A differenza di Nuovo mondo (film realizzato da Crialese nel 2006 in cui il personaggio femminile irrompe in modo incomprensibile, come un vero e proprio alieno, all’interno della famiglia Mancuso) in questo caso “l’altro” interviene a modificare sensibilmente il tessuto sociale e il pensiero della comunità verso la presa di coscienza di una realtà in costante cambiamento.
L’ultimo Terrestre di Gianni Pacinotti, nonostante la trama, è paradossalmente tra i tre quello che indaga con minor concretezza il concetto di alterità. Alla vigilia dell’annunciato sbarco degli alieni sulla terra il protagonista Luca, vive un percorso di evoluzione emotiva che lo porterà a risolvere alcuni nodi esistenziali. L’altro, in questo caso l’alieno vero e proprio, è Hospes, ospite apparentemente gradito che, all’interno della narrazione, si manifesta con esclusivi intenti salvifici (nei confronti del vecchio padre, dell’amico transessuale e di Luca stesso). Partendo da un evento ben delineato il film in realtà si sgancia dal motore di partenza, rilegando il “motivo alieno” ad uno sfondo molto spesso abbozzato, in favore del processo di dis-alienizzazione sociale del protagonista, all’interno di un proccesso di alienizzazione del mondo intero. Con le dovute e sacrosante differenze il percorso ricorda quello di Michelangelo Antonioni in L’avventura (1962), dove, in modo analogo, partendo da un motivo scatenante (la scomparsa e relativa ricerca di una ragazza scomparsa) si arrivava ad indagare terreni esistenziali differenti (la relazione che s’instaura tra i due ragazzi protagonisti della ricerca). Se in Antonioni il mistero della donna scomparsa rimane insoluto, L’ultimo Terrestre decide invece di materializzare l’alieno in una forma posticcia che appare qua e là nello scorrere della vicenda, fino alla definitiva e finale venuta dell’altro sulla terra, con il relativo spavento dei terrestri che si contrappone alla liberatoria accettazione da parte di Luca di una condizione ormai mutata.

L’altro, inteso come elemento invasivo, sembra essere quindi, in questo periodo storico, uno dei tormenti artistici di molti cineasti. L’altro riemerge quindi con effetto-choc da sotto la crosta di una ratio indebolita e squassata. Il concetto di Alieno, esplicitato alla perfezione nella saga di Alien, nasce in questo contesto, “all’interno di una scena culturale che sperimenta con angoscia la sindrome dell’eclisse del nemico: privata di un oggetto esterno su cui scaricare e a cui attribuire la responsabilità delle proprie paure persecutorie, la società occidentale le proietta in un mostruoso fantasma circolante, senza forma o confini”.

Per Senza Soste.it

Marco Bruciati


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