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"La Prima cosa bella", Le recensioni inviate dai lettori

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Virzì ovvero il virtuoso mestierante

Usciti dal cinema non ci si può sottrarre dalla sensazione di ben calcolato calore e sentimento che l’autore è riuscito a far letteralmente trasudare da tutta la sua ultima opera. Se ne esce commossi e colpiti. Un film che entra nell’animo anche grazie alle più che buone interpretazioni degli attori che compongono il cast.

L’aspetto più virtuoso del regista è che collega una grande e originale ormai acquisita capacità del mestierante ad un’astuzia tutta provinciale con cui evidentemente egli stesso non è ancora riuscito a fare i conti, nonostante gli ormai lunghi anni di permanenza nella capitale. Se questa capacità fosse collegata non all’astuzia ma a un vero talento, cioè l’attitudine di entrare da un punto di vista originale, e fino a quel momento sconosciuto, nelle contraddizioni del singolo e della società, avremmo di fronte a noi un artista che si avvia ad essere ricordato come tale nella storia della cultura, quantomeno locale.

Purtroppo le sue qualità finiscono per essere simili a quelle prodotte in uno spettacolo circense, per quanto, dobbiamo ammetterlo, di un certo livello. E di quella speciale forma di intrattenimento che non vuole mai cercare di nascondere  l’inganno prodotto, ma che anzi si insuperbisce di far capitolare lo spettatore, cosciente di fronte alla sua stessa debolezza. E la coscienza di questo stato infelice non abbandona mai lo spettatore durante tutta la visione del film. Il fatto cioè di sapere di essere complici della speciale e infausta magia che lo spettacolo produce. Di sapere di poterla interrompere in qualsiasi momento riallineandosi a una ragione e a un sentimento appena sufficienti a se stessi. Insomma lo fa sentire come una bella donna soddisfatta di cedere al primo guitto di taverna. E c’è un’evidente soddisfazione in questo, che ci pare trapelare dallo schermo stesso. Perché alla fine ognuno potrebbe invertire la prospettiva, anche grazie alle numerose tracce di cui l’autore stesso dissemina l’opera, incitando quasi alla ribellione del fruitore. Alla fine si capitola insieme, autore e spettatore, in un abbraccio mortifero.

La storia è presto raccontata. Un uomo soffre di depressione, si droga e vive lontano dalla sua città natale.  Ne è fuggito giovanissimo, per scappare da una madre che lui stesso definisce “ninfomane e maiala”, ma anche da una città che non sopporta perché in ogni fase della sua crescita non ha mai smesso di ricordargli questa sua situazione di “figlio di troia”. Alla fine la madre muore di un male incurabile ancora relativamente giovane. Lui, morta la madre,  si rilassa, rifiuta la droga, finalmente ride e scherza.

Una donna, la sorella del protagonista, taroccata anche lei da tutto il vissuto adesso elencato, alla morte della madre, rifiuta l’abbraccio consolatorio del marito e di fronte allo stesso e ai suoi figli comincia a baciarsi dal nulla, al capezzale della defunta, col suo datore di lavoro, di cui era evidentemente segretamente innamorata.

Una bella giovane , la madre nei vari flash back, che pare un concentrato di tutti i luoghi comuni di scemenza che si possono attribuire  a un’immagine negativa di donna.

E su questo canovaccio da horror pictur show, si inseriscono tutta una serie di riuscitissimi scatch comici e/o strappalacrime. Insomma una metafora convenzionale dell’Italia di oggi. Rapporti marci ma tanta capacità di volersi bene e vedere il bello della vita. Un po’ di odio sarebbe allora più onesto, oltre che certamente preferibile.

 Questa capacità e volontà di non volersi disfare dei propri difetti, capricci e insulsaggini, pare la bandiera di cui questa parte del mondo sembra andare fiera. Una prospettiva a mio modo di vedere malata e da cui uscire al più presto.

In questo contesto risulta allora più rispettabile l’unico elemento dichiaratamente propagandistico dell’intero film. Allo spettatore attento non sarà sfuggita la comparazione tra vecchio e nuovo ospedale di Livorno, in cui sono degenti rispettivamente prima il padre e poi la madre a distanza di vent’anni.

Sporco, scrostato, anonimo e inospitale il primo. Vivace, colorato e allegro il secondo.

L’ospedale dove viene accolta la madre pare infatti più una clinica new age per miliardari americani piuttosto che una struttura pubblica. Personale allegro, affabile, giovane e multietnico. Un dottore anziano e rassicurante, come un amico di famiglia. Ampli padiglioni, tv giganti con schermo piatto e addirittura musicoterapia di un’intera band al capezzale di un degente. Prati e tanta familiarità. Naturalmente solo  un maligno potrebbe vedere una strizzatina d’occhio al nuovo progetto di dismissione pubblica, no?!

In ogni caso ci sentiamo rassicurati da questa bassa propaganda vecchio stile, che possiamo individuare subito, con sarcasmo e antipatia. E comunque salutiamo il registra che, alla fine, non riusciamo a vedere con disprezzo. Sarà, forse, perché in questa epoca ci pare di sbagliare tutti e ci piace lasciare ad ognuno una seconda possibilità. Ma anche una terza, una quarta, una quinta…

E anche le lacrime e i sentimenti, quantunque superficiali e finti, possono trovare la loro collocazione. Possono essere uno specchio, grazie all’ausilio di bravi attori e di un mestierante,per  di quanto superficiale e finto c’è nella storia di ognuno di noi e servire ad aiutarci a preludere al nuovo di cui c’è sempre più urgente bisogno.                               

Inviato a Senza Soste da Gino Pontecorvo

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"La Prima cosa bella", un cinema che ci piace
 
stefania_sandrelli_la_prima_cosa_bella---50.jpgAvevamo lasciato Virzì quest’estate con l’uscita del documentario su Bobo Rondelli “L’uomo che aveva picchiato la testa” nel suo primo approccio di “riappacificarsi”, come dice lui, con la realtà italiana genuina. La vita del cantautore livornese e la sua poetica, genuina quanto purtroppo marginale, fece al caso suo. Con “La prima cosa bella” lo ritroviamo all’apice di questo percorso, in un sodalizio maturo con  quest’epica popolare e umana.
Questo è il dato più importante, diciamolo subito, che deve essere colto nell’ultimo film del regista labronico: con questa pellicola è sancita nella maniera quanto più pura la pienezza della dimensione provinciale, intesa nel suo senso più positivo. Virzì rinuncia finalmente alla farsesca rappresentazione del piano politico e sociale in cui collocava i personaggi dei suoi precedenti film, che li rendeva contestabili da destra come da sinistra, per fornire interamente il loro lato umano, e ciò, grazie all’ottimo ritaglio che hanno i protagonisti, ha un effetto struggente. Perché “La Prima cosa bella” con quest’accorgimento, si colloca nei film dell’anima.

Ogni strumentalizzazione, quella della stampa locale in primis, di voler vedere in questa vicenda lo spirito della città, magari nei suoi tratti convenientemente più bonari e inoffensivi, è errata. Non si sprechi altro inchiostro. Rimane infatti deluso chi pensa di vedere nel film un nuovo affresco sociale di Livorno, come quello plateale dato in Ovosodo. In questo caso la città labronica resta sullo sfondo, è raccontata con un eleganza magistrale, in punta di pennello e permea solo di taglio nelle inquadrature e nella gergalità, che tuttavia non è centrale.
La paura che Virzì potesse provare a raccontare di nuovo l’etica di Livorno con i toni vivaci ma dimessi del Piero Mansani di Ovosodo o attraverso uno degli altri suoi antieroi perdenti, c’era, ma dopo pochi minuti dall’inizio della pellicola il pericolo di una nuova beatificazione dell‘elettore labronico medio sparisce: Virzì ha proprio rifiutato di caricare a livello di eroi i suoi personaggi e la vicenda, come detto, resta tutta interiore e corale.
Un livornese consapevole tuttavia ha di che fregiarsi, perché indirettamente il riconoscimento della bontà della provincialità, ci dice che chi resta qui, chi rifiuta di fare l’ingegnere a Milano per fare il disoccupato all’Ardenza, con tutti i suoi limiti, ha ragione: resta in una dimensione difficile ma bella (i personaggi che non sono di Livorno o che la lasciano sono dei dissociati e finiscono per fare il bagno all‘altezza di Banditella, dove notoriamente è impossibile nuotare se non dopo cento metri di scogli e ricci).
In questo Virzì, forse inconsapevolmente, ha fatto uno spregio al potere locale, ha rilanciato un’identità che molti vorrebbero morta, ma con cui gli amministratori ogni volta devono fare i conti per governare davvero: quella della fierezza per la diversità ed i piccoli progetti. Fierezza per la quale alcune volte ci si rifiuta di partire.
Per questo possiamo una buona volta  ringraziare Virzì e benediciamo il suo amore-odio per la nostra città che lo fa andare avanti e indietro come uno yo-yo. Ritorni come questi, che fanno riflettere a sinistra sulla nostra identità, ce n’è sempre bisogno.

Cinematograficamente parlando, come già detto, “La prima cosa bella” è un film assoluto: si sorride con il nodo in gola, ti ritrovi ad avere gli occhi gonfi per tutta la sua durata. Forse per questo il genere a cui più si avvicina non è tanto il neorealismo italiano, ma la nouvelle vague francese e il film a cui uno pensa è “Le invasioni barbariche”, un film passato alla ribalta per i temi universali trattati.
Non ci risparmia lo sceneggiatore di Virzì, personaggi complessi quanto complicati che si finiscono tutti per amare e le interpretazioni sono tutte più che valide, comprese quelle degli attori livornesi (eccetto una): la Sandrelli è una mamma fantastica, la Ramazzotti lascia a bocca aperta, Mastrandrea è Mastrandrea, lo si riapprezza volentieri anche se ha l’accento in bilico, la Pandolfi una vivida figlia-sorella.  Complimenti ai due bambini che interpretano i figli di famiglia nei Settanta.
La vicenda narrativa è costruita per il pubblico del 2010: molti flashback che svelano sorprese e misteri. Un altro punto a favore.
inviato a Senza Soste da Calede Ranieri
 
Livorno, 16 gennaio 2010

 

 

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