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Middle East Now, lo sguardo del cinema sul Medioriente. Tra le anteprime, un film su Teheran realizzato al cellulare

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teheran-sans-autorisationFilm Middle East Now, la rassegna internazionale di cinema sul Medio Oriente, si è conclusa lo scorso 7 febbraio a Firenze, con l’anteprima italiana di “Nobody Knows about the persian cats” (I gatti persiani) di Bahman Ghobadi. Pensata per dare visibilità a film che normalmente non trovano una distribuzione nel circuito cinematografico italiano, la rassegna, unica nel suo genere, ha sicuramente avuto una sorprendente capacità di raccontare con la grande forza e immediatezza del cinema, i tanti volti  dell’odierno Medio Oriente. Il focus principale era il discusso Iran contemporaneo al quale è stata dedicata l’apertura e la chiusura del festival, nonché la maggior parte delle proiezioni. Politica e diritti umani, conflitti di genere e resistenze quotidiane, sono i temi apparsi continuamente sullo schermo e ricomparsi nei dibattiti che accompagnavano le proiezioni al cinema  Stensen e le discussioni del dopo-festival in Piazza sant’Ambrogio.  L’occasione di contaminarsi oltre i luoghi comuni e gli stereotipi, con persone che nei contesti rappresentati sono nate e cresciute (o da cui sono emigrate e in certi casi allontanate) ha aumentato l’interesse e il fascino del festival, aprendo relazioni e futuri confronti.

Tra le proposte, i già famosi lungometraggi, About Elly,  premiato con l’orso d’argento a Berlino e candidato all’Oscar così come For a moment freedom. Inoltre  Nobody Knows about the persian cats (I gatti persiani) che si è aggiudicato il premio speciale “Un Certain Regard” all'ultimo Festival di Cannes e Amreeka, che alla kermesse francese ha conquistato il premio della Critica Internazionale.

Tra le anteprime per il pubblico italiano è apparsa indubbiamente interessante l’opera Teheran without permission della regista iraniana Sepideh Farsi. 83 minuti di riprese girate interamente con un telefono cellulare, una scelta d’avanguardia che abbina le riflessioni sul piano formale a  considerazioni di natura politica. Oggetto di uso comune e facilmente rimovibile in caso di situazioni a rischio, il cellulare, con il suo scarso impatto nella scena pubblica, ha arricchito il film di luoghi e situazioni inaccessibili con altri mezzi e ha dato gran libertà alla regista. Siamo nei giorni precedenti allo scoppio delle contestate elezioni presidenziale del 2009.  Il film apre con delle rapide immagini della città di Teheran ritmate da un rap di sottofondo. E’ un invito a rompere da subito con il rigore che esprime il  monitoraggio della situazione nella capitale iraniana. Emergono al contrario le miserie e gli splendori della città, i contrasti, le diversità, le tattiche di fuga dai vincoli culturali che una fascia di persone non sembra più voler riconoscere. Le tante interviste, la cui distanza è ridotta dall’uso del cellulare, rivelano i pensieri di abitanti sospesi tra tradizione e voglia di un nuovo confronto, ma non eliminano l’attitudine da parte degli interlocutori a qualche auto-censura, che allude a una limitata libertà d’espressione. Una piaga che non impedisce alla popolazione di sperimentarsi e oltrepassare le soglie dello spazio pubblico vigilato, consuetudine che si ritrova nelle feste clandestine, spesso organizzate nelle abitazioni, che il cellulare guarda e sfuma, con il dovuto rispetto a chi deve rimanere ignoto. Anche gli spostamenti in taxi, che la regista spesso predilige per girare le strade di Teheran,  sono occasione di apprendere saperi quotidiani di questa realtà sociale in divenire. I tassisti raccontano come i giovani amanti tentino di utilizzare le loro macchine come luoghi appartati di libere effusioni e come le giovani ragazze chiedano spesso di potersi cambiare i vestiti che fino a quel momento avevano indossato senza l’autorizzazione dei genitori e lontano dall’occhio delle pattuglie di strada. In questo mosaico di storie, una percettibile ironia ricuce il tutto, mantenendo il film sempre piacevole nel suo insolito ritratto di Teheran.

Sepideh Farsi, classe 1965, nasce come fotografa prima ancora che regista cinematografica. Il suo primo film è Le voyage de Maryam (2003), seguito da Khab-e khak (Rêves de sable, 2003) e Le regard, 2006. Con il documentario Harat del 2007 partecipa al Festival internazionale del film Locarno. Nessuno tra i suoi film è mai stato proiettato in Iran.

10 febbraio 2010

per Senza Soste, Orlando Santesidra
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