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Moby Prince – 1991-2012. Quando l’assenza dell’oggetto si fa presenza sensibile

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effetto_collateraleL'oblio.
La rievocazione di un'informazione della memoria a lungo termine può mancare perché non ci sono sufficienti legami per metterla a fuoco. 
Questa teoria spiega anche perché taluni ricordi appaiono rimossi: tali ricordi sono inaccessibili perché la loro presenza sarebbe inaccettabile per il soggetto a causa dell'ansia o dei sentimenti di colpa che potrebbero attivare . Non sono perciò scomparsi, ma il subconscio evita che le associazioni necessarie si formino. 
Gli individui colpiti da amnesia non dimenticano tutto, solo degli elementi personali. Ciò avviene spesso per un trauma emotivo al quale l'amnesia permette di sfuggire. Spesso poi parte di tali ricordi riaffiora quando vengono evocati dalle giuste associazioni.

Sono passati 21 anni dalla tragedia del Moby Prince e come ogni anno, grazie, soprattutto alla costanza dell’associazione “140” Familiari Vittime Moby Prince, la città di Livorno, in una sorta di resurrezione collettiva, accoglie iniziative dedicate alla sopravvivenza di una memoria che, nonostante anni di processi e lotte, non ha avuto ancora giustizia. Quest’anno, oltre al canonico corteo aperto dall’inequivocabile e ormai storico striscione “Moby Prince: 140 morti nessun colpevole”, il ricordo della strage è nuovamente vissuto grazie alle immagini di un film, ”Ventanni”, e alle parole di uno spettacolo teatrale, “1991-il fatto non sussiste” (che si aggiungono alla mostra di arte contemporanea dello scorso anno:  www.senzasoste.it/letture/una-pubblicazione-e-una-mostra-a-ventanni-dalla-tragedia-moby-prince), a testimonianza di come l’arte possa e debba dare innanzitutto voce al vissuto di una comunità, a quei fantasmi celati negli armadi di ognuno.

Il commento di questi eventi richiede però una premessa: a prescindere dal valore estetico delle opere in questione occorre sottolineare che il senso di tali atti risiede nel fatto stesso di averli proposti, nella scelta di lavorare su territori tanto complessi quanto necessari, rinunciando a quella mortifera tendenza auto-referenziale che attanaglia molto cinema/teatro contemporaneo. Il gesto artistico, attraverso il contenuto, genera pensiero, riflessione, sgomento o disgusto mettendo in moto un sentire che permette all’individuo di tornare a far parte di una collettività. Lo spettatore, in questi casi, torna a essere cittadino, abbandonando il torpore del proprio monolocale emotivo.

sala_filmEcco quindi che “Ventanni”, un film di Mediaxion Società Cooperativa (www.mediaxion.it) realizzato con la partecipazione di Regione Toscana, il contributo di Unicoop Tirreno, Porto Livorno 2000, Autorità Portuale di Livorno, Banca Popolare Etica, Camera di Commercio di Livorno, in collaborazione con Associazione 140 e Associazione 10 aprile, con il sostegno di Comune di Livorno - Film Commission, guida lo spettatore nella vicenda del Moby attraverso il vivere quotidiano di alcuni familiari delle vittime, tra cui spiccano Loris Rispoli e Angelo Chessa (figlio del comandante del Moby) fondatori delle due diverse associazioni che operano (separatamente) per mantenere in vita la memoria della strage.  Le diverse storie s’intrecciano in una narrazione che cerca di scavare non tanto nei meandri processuali susseguitisi negli anni, quanto nell’intimo di ogni protagonista, alla ricerca di come la strage viva ancora in loro a distanza di anni (venti). Lotte, impegno, ammissione di colpa e orgoglio.Loris, Giacomo, Mauro, Angelo, nomi che diventano corpi vivi, unici depositari di una memoria privata che dia contenuto alle fredde lettere scolpite sulla lapide all’ingresso del porto, quella che ricorda, appunto, le 140 vittime del Moby Prince.

Tuttavia: Per il cineasta che fa documentari la paura dell’altro è il motivo centrale. Si ha paura delle persone che si filmano, si ha paura di filmarle e al tempo stesso di non filmarle.[1]
In questo caso “Ventanni” soffre di un evidente patologia: l’intreccio delle storie si confonde tra il timore di non spettacolarizzare l’evento ( salvaguardando il senso etico della rappresentazione) e la mancanza di un vero snodo narrativo che alimenti il discorso. La scelta coraggiosa d’impostare il tutto sulla vita privata di ognuno, frammenta il punto di vista, decostruendo ancora di più una vicenda che non ha ancora trovato molti pezzi mancanti del puzzle. Il film risulta quindi confuso nel suo coraggio (e spesso, nonostante il budget del contributo pubblico, carente dal punto di vista tecnico delle riprese), pregevole tentativo di narrare l’evento da latitudini differenti ma debole rappresentazione di  mondi interiori appena abbozzati, cronaca di giornate o di gesti intimi soppesabili, per lo spettatore, solo con la consapevolezza di cosa sia veramente successo in quel 10 aprile 1991. La dove emerge un punto focale interessante, lo scontro dialettico tra Loris e Angelo (entrambi fondatori delle due diverse associazioni e veri caratteri narrativi forti), il film si chiude. La cornice meta-riflessiva che circoscrive il film (gli interpreti che guardano loro stessi nel documentario) interrompe il viaggio dei protagonisti in un dialogo che, probabilmente, avrebbe meritato maggiore attenzione. In sintesi, nel tentativo di dare maggiore profondità alla storia, si rinuncia ad alcuni tasselli che, nell’ottica di mantenere viva la memoria di un evento, sarebbero dovuti essere necessari, quantomeno per allargare il raggio d’azione a chi per scelta, per pigrizia o per rimozione, ha rinunciato ad assumersi le proprie responsabilità di  cittadino, dimenticandosi di un episodio che nel bene e nel male fa parte della coscienza collettiva.

Il concetto di cittadino attivo è invece la base di “1991-il fatto non sussiste” realizzato dall’associazione culturale livornese Effetto Collaterale, da anni impegnata in quello che comunemente è chiamato Teatro Civile, “genere” spesso identificato con l’impegno militante di chi analizza in modo diretto, attraverso il mezzo teatrale, la memoria o i fatti della collettività, in un solco tracciato negli ultimi vent’anni da autori come Marco Paolini. Questo progetto, scritto e diretto da Francesca Talozzi, ha il grande merito di costruirsi sui corpi e le voci di cittadini comuni che in questo caso diventano attori di una rappresentazione scarna e informale, simbolo di un teatro che, citando le parole dello stesso Paolini utilizzate per  introdurre lo spettacolo, nasce e si fa soprattutto fuori dai teatri, è un work in progress che cresce e si affina grazie al confronto diretto con il pubblico.

Lo spazio scenico è unicamente occupato da otto sedie cui si aggiungono nove persone: impiegati, insegnanti, precari, madri, attori, semplici cittadini chiamati a condividere la propria memoria sull’evento tragico. Lo spettacolo, coadiuvato da proiezioni video che oscillano dalla video-arte a immagini di repertorio che si riferiscono al relitto, procede con ritmo e fornisce un quadro molto esaustivo dei fatti, citando gli atti processuali, le registrazioni audio delle trasmissioni radio e le parole dei famigliari delle vittime, in una carrellata cronologica che nella sua linearità non trascura momenti di forte impatto emotivo. Il dato rilevante che traspare nello spettacolo è l’assoluta onestà intellettuale dell’approccio, lontano da pietismo, retorica e superflue soluzioni registiche che avrebbero reso più accattivante la narrazione. Ci sono solo loro. Gli attori-cittadini, resi forse peccatori, a giudizio del tutto personale, di non aver dato giustificazione alla loro affermazione “Io non ho detto ai miei figli del Moby Prince”.   Ci siamo solo noi. Il pubblico, chiamato direttamente in causa, “inglobato” in un flusso narrativo che rifiuta la netta distinzione di ruoli o etichette. Alla fine, il relitto del Moby si dissolve nel nulla, scomparendo dall’immagine della nostra memoria. Non c’è dubbio; siamo parte di un processo post-Kafkiano in cui tutti, probabilmente, siamo colpevoli.
Da una parte, lo spettacolo ci circonda, ci riempie. È dappertutto, dalla pubblicità all’informazione, dalla merce alla politica. Schermi dappertutto. Ma dall’altra parte, lo spettacolo si restringe, si indebolisce, si ripete, si esaurisce, mobilita sempre meno desiderio e rischio, il suo stesso successo lo banalizza, lo standardizza, lo obbliga rilanciare. Più spettacolo ma anche più indifferenza.[2]

La dove c’è assenza c’è assedio, se c’è assedio c’è presenza sensibile, se c’è presenza sensibile non c’è indifferenza. Cinema e teatro con la loro componente spettacolare hanno la capacità di generare interrogativi e di sollevare un sentire che vada oltre il semplice intrattenimento. “Ventanni” e “1991-il fatto non sussiste”, in ogni caso, rappresentano operazioni partigiane da sostenere in tutto e per tutto, esempi di un agire artistico che deve prendersi una volta per tutte le proprie responsabilità, nel tentativo d’incoraggiare un modus operandi che non si accontenti dell’applauso di una sala gremita (spesso di amici e parenti) ma che continui a osservare con lucidità i fenomeni che ci circondano.

Per SenzaSoste.it

Jacques Bonhomme

 


[1] [2] J.L.Comolli, Vedere e potere, Donzelli, Roma, 2006 
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