"Se Parigi è la Francia, Coney Island, tra giugno e settembre, è il mondo”, recita il catalogo della mostra Dreamlands (la citazione è invero da Rem Koolhaas, Delirious New York). Il punto è però che Parigi non è la Francia ma soltanto una parte e, soprattutto, la Francia non è Parigi.Dreamlands propone al pubblico una relazione tra i parchi d’attrazione, le esposizioni internazionali, una componente visionaria che esiste nella tradizione architettonica e urbanistica. Vi sono poi esempi di come l’arte si intreccia a queste dimensioni (per esempio le avanguardie e per esempio il surrealismo e per esempio Salvador Dalí). Si tratta di una modalità espositiva abituale al Centre Pompidou di Parigi, che spesso produce risultati interessanti.
Ma il modo in cui Dreamlands mostra la presunta connessione tra parchi di divertimento, esposizioni universali e visione dello sviluppo urbano sembra veloce quanto sdrucciolevole. Così come ricondurre questi passaggi solo all’esistenza di una società dello spettacolo e del tempo libero, che avrebbe ormai imbevuto la cultura. Del resto, per tornare alla relazione tra Parigi e la Francia, non è così chiaro che la nostra sia a tal punto pienamente una società del tempo libero, anche tra le persone che svolgono attività culturali.
La mostra poi propone passaggi interessanti nella relazione tra arte e società nel Novecento e può essere stimolante seguire come si sia arrivati a manifestazioni socio-artistiche come le immagini di Martin Parr o gli interventi di Maurizio Cattelan.
Possiamo però da ciò passare a dire che questi passaggi sono ciò che oggi succede alla visione del mondo e dell’abitare? Che la città vive una metamorfosi ludica che è anche quella della cultura? Che la realtà urbana è ormai una riproduzione di quella delle fiere e dei parchi giochi? È più plausibile l’inverso: i parchi giochi e le aree ludiche tendono a riprendere la storia del mondo e della città, per ridurlo a icona e venderlo.
di vito calabretta
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