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Mostre: Dreamlands

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EXP-DREAMLANDS"Se Parigi è la Francia, Coney Island, tra giugno e settembre, è il mondo”, recita il catalogo della mostra Dreamlands (la citazione è invero da Rem Koolhaas, Delirious New York). Il punto è però che Parigi non è la Francia ma soltanto una parte e, soprattutto, la Francia non è Parigi.
Forse in questa boutade sta la chiave di comprensione della mostra: presupporre che la realtà sia riconducibile a una sua sola parte e sulla base di questa ricostruire l’immagine e l’immaginario che la connotano. Ed è forse per questo che la mostra, pur fornendo spunti interessanti, non convince, e soprattutto non tiene nelle sue parti: non si capisce bene la relazione fra arti visive e visione della città, non si capiscono vari passaggi (per esempio quello tra l’analisi del finto di Diane Arbus e l’archeologia urbana di Stéphane Couturier), non si capisce in che termini quella di Pierre Huygue è una critica di certa utopia urbana.

Dreamlands propone al pubblico una relazione tra i parchi d’attrazione, le esposizioni internazionali, una componente visionaria che esiste nella tradizione architettonica e urbanistica. Vi sono poi esempi di come l’arte si intreccia a queste dimensioni (per esempio le avanguardie e per esempio il surrealismo e per esempio Salvador Dalí). Si tratta di una modalità espositiva abituale al Centre Pompidou di Parigi, che spesso produce risultati interessanti.

Ma il modo in cui Dreamlands mostra la presunta connessione tra parchi di divertimento, esposizioni universali e visione dello sviluppo urbano sembra veloce quanto sdrucciolevole. Così come ricondurre questi passaggi solo all’esistenza di una società dello spettacolo e del tempo libero, che avrebbe ormai imbevuto la cultura. Del resto, per tornare alla relazione tra Parigi e la Francia, non è così chiaro che la nostra sia a tal punto pienamente una società del tempo libero, anche tra le persone che svolgono attività culturali.
La mostra poi propone passaggi interessanti nella relazione tra arte e società nel Novecento e può essere stimolante seguire come si sia arrivati a manifestazioni socio-artistiche come le immagini di Martin Parr o gli interventi di Maurizio Cattelan.
Possiamo però da ciò passare a dire che questi passaggi sono ciò che oggi succede alla visione del mondo e dell’abitare? Che la città vive una metamorfosi ludica che è anche quella della cultura? Che la realtà urbana è ormai una riproduzione di quella delle fiere e dei parchi giochi? È più plausibile l’inverso: i parchi giochi e le aree ludiche tendono a riprendere la storia del mondo e della città, per ridurlo a icona e venderlo.

E perché la mostra inverte questo passaggio nodale? Perché esiste una tendenza nella fenomenologia delle arti e del lavoro intellettuale che promuove la riduzione della realtà a pochi suoi elementi, facilmente controllabili e vendibili. Ma questa tendenza non soltanto non esaurisce la realtà, ma nemmeno la fenomenologia del lavoro intellettuale. Come dire: la Torre di Pisa esiste da secoli e, seppur venduta a turisti in riproduzioni worldwide, non coincide con le sue riproduzioni. Né la Tour Eiffel resta se stessa una volta riprodotta in un deserto o altrove (né una Ferrari riprodotta, con o senza motore, è ancora una Ferrari).
Si tratta di una tendenza che valorizza gli aspetti più commerciali della realtà urbana e li definisce popolari, compiendo un’ulteriore operazione ambigua: è vero che il popolo frequenta i mall, ma ciò non significa che li abbia chiesti; in genere li ha subiti da persone tutt’altro che popolari, anche se a loro volta frequentatrici di mall.

 

di vito calabretta
(mostra visitata il 2 agosto 2010)
articolo pubblicato venerdì 27 agosto 2010 su: www.exibart.com

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