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Ready? OK GO.

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okgoIl festival che per il terzo anno suona in territorio livornese, quest’anno ospiterà, tra i tanti, la band statunitense degli OK GO (per chi non è pratico wikipedia dice: ”.. Gli OK Go sono un gruppo alternative rock statunitense nato nel 2001, fortemente influenzato da band come Fugazi, The Clash, Buzzcocks e Ramones.).
Una band forse come tante dal punto di vista musicale; senza infamia e senza lode, gradevoli al punto giusto e sufficientemente ruffiani. Tralasciando i commenti tecnici sulla bontà del progetto, è invece doveroso (e interessante) soffermarci sui motivi che hanno portato al successo planetario di questa tipica Band altrenative rock americana.

 

Per sintetizzare al meglio il concetto possiamo utilizzare il termine: VIDEO ERGO SUM. Gli Ok Go, esistono grazie all’ottimo utilizzo promozionale del mezzo video(clip). Considerando lo sviluppo e l’importanza che il mezzo video ha acquisito negli ultimi dieci anni, l’ovvio commento dovrebbe essere: “niente di nuovo”; sono infatti numerosissimi i casi di progetti musicali nati e cresciuti grazie ad un sapiente utilizzo dell’immagine multimediale (Daft Punk, Gorillaz solo per citarne alcuni). Tuttavia quello degli Ok Go è un caso particolarmente rilevante perché concepito alla base dal gruppo stesso.

E’ infatti grazie ad un videoclip “amatoriale” della canzone A Million Ways, realizzato con 10 dollari nel cortile di casa, che il gruppo, ed il relativo secondo disco (“Oh No” datato 2005) balza all’attenzione del popolo del web.
Piazzandosi frontalmente alla telecamera (una banalissima handycam da poche centinaia di dollari) i 4 musicisti eseguono una scarna coreografia sulle note del singolo. La sensazione che si ha è quella di assistere al trionfo di una banalità più che ovvia, ma l’accostamento sinestetico di musica, gesto, e immagine rende il prodotto finale un piccolo capolavoro del “cazzo potevo pensarci anch’io (ma non l’ho fatto)”.

 

Sulla scia del successo il gruppo elabora un nuovo e più costruito, videoclip. Grazie al tamburo tribale del web il video fa il giro del mondo, rinasce attraverso parodie ed improbabili remake, diviene manifesto di un modello di rappresentazione che vuole lo spettatore capace di emulare le gesta della star. Rimane la semplicità ingombrante del pianosequenza (per chi non è pratico wikipedia dice: ”..Il piano sequenza è una tecnica cinematografica che consiste nella modulazione di una sequenza,un segmento narrativo autonomo, attraverso una sola inquadratura, generalmente piuttosto lunga..”), rimangono i 4 musicisti performer, ma cambia il pezzo (“Here it goes Again”) e le modalità di rappresentazione.
Il giardinetto di casa è sostituito da una palestra con 6 tapis roulant funzionanti su cui si eseguono ancora improbabili coreografie. Il pezzo è ancora più adatto, i movimenti più calzanti ed il tutto risulta molto più “professionale”. Quello che impressiona (e che funziona dannatamente bene) è l’estrema consapevolezza dei gesti, studiati ed eseguiti con somma precisione, quasi a dire” qua non siamo dilettanti allo sbaraglio, siamo in gioco e vogliamo giocare al meglio delle nostre possibilità”. Inutile sottolineare il consenso ancora maggiore che il videoclip riscuote; nascono contest sulla migliore emulazione, ancora parodie ed improbabili remake, ma questa volta arriva anche la vittoria del “You Tube video Awards”.
Il video, in questo caso più di altri, è stato il reale valore aggiunto del gruppo.

Dopo 5 anni di successi (con videoclip più costosi ma nettamente inferiori ) il gruppo sforna un nuovo disco: “Of the Blue Colour of the Sky”  (2010), anche in questo caso accompagnato dal videoclip del pezzo “This too shall pass” presentato in una doppia versione.

Il pianosequenza è ancora l’arma vincente. Nel primo caso la continuità spazio-temporale racconta di un’ “orchestrina” (la band vestita con divisa da orchestra) in mezzo ad una radura: la telecamera, piazzata con dolly su carrello, stavolta si muove seguendo i soliti 4 performer-musicisti, andando ad indagare e scoprire lo spazio circostante fatto di decine di altri orchestrali. In questo caso a dominare è la messa in scena; la continuità della ripresa obbliga a cercare una perfetta sincronia tra i movimenti della macchina e quelli delle comparse. Tutto deve filare perfettamente per i 3 minuti e 54 secondi del pezzo. Pause e ingressi sono calibrati al millesimo, poche sbavature e risultato di notevole spessore (con un movimento di macchina a salire nella parte finale che vale il prezzo del biglietto).

ok_go_this_too_shall_passMa siccome solo gli Ok Go possono battere gli Ok go, la stessa canzone viene proposta attraverso un secondo videoclip costruito attraverso una complessa macchina di Rube Goldberg (quelle strutture che sfruttano l’effetto domino per innescare plurime reazioni a catena) concepita dalla band stessa assieme al gruppo d’ingegneri creativi Syyn Labs. Dopo mesi e mesi di lavoro viene messo  a punto questo sistema che, in perfetta sincronia con il pezzo, crea quello, che per adesso, è uno dei videoclip più interessanti di tutta la storia recente. Strutturato anch’esso come un pianosequenza (anche se ci sono alcune analisi che basandosi su riflessi di luce inusuali sostengono l’esistenza di 2 tagli di montaggio) il video sorprende lo spettatore per la capacità d’integrare nella traccia musicale anche i suoni prodotti dalla macchina. Nella sincronia del tutto rientrano anche i 4 performer-musicisti che spostandosi da una zona all’altra entrano a far parte di questo sistema infernale: Welcome to the machine. In definitiva qualsiasi altra descrizione è riduttiva.

Vale la pena guardare e riquardare il prodotto finale.

okgo_dancing.jpg.bigGli Ok Go, hanno il merito di essere pienamente artefici del successo di questi elaborati. Tutti i video citati sono diretti dalla band stessa (in collaborazione di volta in volta con registi differenti) a dimostrazione di come il sapiente uso del mezzo vada oltre la scuola o la specializzazione. In questi casi a vincere è sempre l’idea e, per adesso, questa tipica band alternative rock americana, ha dimostrato di avere una marcia in più.

E’ bene sottolineare che  questa analisi è incentrata sul  rapporto tra musica e multimedialità…..per qualsiasi altra considerazione rimandiamo al main stage di questa sera.

Ready? OK GO

 

 

Per senzasoste.it
Jacques Bonhomme
Livorno – 34 gradi centigradi - Italia wave love festival

 


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