Thursday, May 24th

Last update:06:49:12 PM GMT

You are here:

Recensione: La pecora nera, di Ascanio Celestini

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 4
ScarsoOttimo 
lapecoraneraQuando due matti si trovano di fronte all’ultimo cancello del manicomio hanno poche scelte: scavalcarlo o tornare indietro. La pecora neradi Ascanio Celestini, invece, sceglie di rimanere a mezz’aria, sulle arrugginite e dolorose punte di ferro che delimitano il vero dal falso. Ancorato al flashback di un’infanzia moribonda, il protagonista Nicola, con i suoi 35 anni spesi all’interno di quello che lui chiama “’istituto dei santi”, vive il calvario della paura e dell’incertezza. Come per Amleto, la domanda sorge spontanea : “Ci è o ci fa?”.

“..Io sono morto quest’anno. Quando sei ragazzino non ci pensi alla morte…”   Rimanendo dentro questo interrogativo, Celestini, in veste di attore e protagonista, è magistrale: lo spettatore è costantemente tenuto appeso ad un filo intepretativo che non ammette semplici prese di posizione.

 

Si percepiscono ansie e tormenti di un’esistenza che non aveva alternative credibili al grottesco orrore infantile (madre morta in manicomio, padre e fratelli pastori ignoranti) in cui solo la nonna, attaccata al culo delle galline come unica fonte di sussistenza, ha garantito una parvenza di affetto.

La reiterazione di certe filastrocche durante tutto l’arco del film, rappresenta il loop mentale da cui Nicola non è mai riuscito ad evadere. Nell’infanzia di bambino erano amori irraggiungibili, nobel per deficienti, puttane venute da Marte e merda (di pecora) purificatrice…. per dirla con quattro parole, i favolosi anni 60. Nella contemporaneità di adulto sono la consapevolezza di un amore impossibile, l’ordine degli scaffali, le scorregge della suora e la buona qualità di ciò che si consuma (ma ci siamo allontanati così tanto dalla merda di pecora?). “..i poveri matti dormono. Io e Nicola ce ne andiamo in terrazza..”
Creando un alter-ego più che credibile (che ricorda per forza e intensità il Tyler Durden di Fight Club - David Fincher 1999 ) il protagonista sdoppia la sua esistenza giocando sul confine di una patologia ancora irrisolta. Il percorso della voce over di Nicola\Celestini, abbraccia e guida lo spettatore verso una graduale presa di coscienza in cui i fantasmi del passato si materializzano nel presente: il primo amore infantile torna prepotente e ormai adulto nella vita del protagonista, lo rende immune, per un attimo, alla logica d’istituto che vuole sempre chiuse le porte che si superano. Ma Nicola, quello vero, non si è mai allontanato del tutto, ed il rifiuto amoroso, con la finale consapevolezza di non poter soddisfare il sentimento represso, sfocia in una liberatoria corsa all’interno del supermercato, rappresentazione perfetta di un ordine duraturo, in cui il protagonista sfoga la rabbia in una grandiosa abbuffata di matrice PasolinFerreriana.
Rimane quindi un solo Nicola, ansimante nel proprio rigurgito, legato a quel corridoio di paura difficile da superare, consapevole che il suo posto è su quella poltrona in mezzo ai santi.   “..Io sono morto quest’anno. Quest’anno è morto anche il Papa polacco..”  

La pecora nera spacca la consuetudine. Garantisce quella vitalità espressiva necessaria a narrare una storia di questo tipo; senza archetipi, facili pietismi e segni linguistici superflui, Celestini riporta nel cinema la sensazione cruda di un palcoscenico vivente, ripercorre una tradizione che fa della testimonianza diretta una fonte d’ispirazione. Con le testimonianze raccolte, l’autore, ha scritto un libro, ha  creato uno spettacolo ed infine ha girato un film, realizzando l’ideale appendice di un percorso che trova nel cinema la naturale sintesi di tutte le altre forme di narrazione, proseguendo sul percorso tracciato da autori come Pippo Delbono e Mario Martone (entrambi ormai dediti sia alla rappresentazione teatrale che a quella cinematografica).

La pecora nera riesce a fondere lo stile documentaristico e di ricerca che aveva caratterizzato il precedente lungometraggio “Parole sante” (2007), con un rigore stilistico che non teme la rappresentazione dura e cruda.

L’uomo è un rubinetto che perde. Celestini, NEL MERAVIGLIOSO SILENZIO DEI TITOLI DI CODA, ne raccoglie le gocce.  

per senzasoste.it
Marco Bruciati
4 ottobre 2010

AddThis Social Bookmark Button