Quando due matti si trovano di fronte all’ultimo cancello del manicomio hanno poche scelte: scavalcarlo o tornare indietro. La pecora neradi Ascanio Celestini, invece, sceglie di rimanere a mezz’aria, sulle arrugginite e dolorose punte di ferro che delimitano il vero dal falso. Ancorato al flashback di un’infanzia moribonda, il protagonista Nicola, con i suoi 35 anni spesi all’interno di quello che lui chiama “’istituto dei santi”, vive il calvario della paura e dell’incertezza. Come per Amleto, la domanda sorge spontanea : “Ci è o ci fa?”.“..Io sono morto quest’anno. Quando sei ragazzino non ci pensi alla morte…” Rimanendo dentro questo interrogativo, Celestini, in veste di attore e protagonista, è magistrale: lo spettatore è costantemente tenuto appeso ad un filo intepretativo che non ammette semplici prese di posizione.
Si percepiscono ansie e tormenti di un’esistenza che non aveva alternative credibili al grottesco orrore infantile (madre morta in manicomio, padre e fratelli pastori ignoranti) in cui solo la nonna, attaccata al culo delle galline come unica fonte di sussistenza, ha garantito una parvenza di affetto.
La pecora nera spacca la consuetudine. Garantisce quella vitalità espressiva necessaria a narrare una storia di questo tipo; senza archetipi, facili pietismi e segni linguistici superflui, Celestini riporta nel cinema la sensazione cruda di un palcoscenico vivente, ripercorre una tradizione che fa della testimonianza diretta una fonte d’ispirazione. Con le testimonianze raccolte, l’autore, ha scritto un libro, ha creato uno spettacolo ed infine ha girato un film, realizzando l’ideale appendice di un percorso che trova nel cinema la naturale sintesi di tutte le altre forme di narrazione, proseguendo sul percorso tracciato da autori come Pippo Delbono e Mario Martone (entrambi ormai dediti sia alla rappresentazione teatrale che a quella cinematografica).
La pecora nera riesce a fondere lo stile documentaristico e di ricerca che aveva caratterizzato il precedente lungometraggio “Parole sante” (2007), con un rigore stilistico che non teme la rappresentazione dura e cruda.
L’uomo è un rubinetto che perde. Celestini, NEL MERAVIGLIOSO SILENZIO DEI TITOLI DI CODA, ne raccoglie le gocce.
| < Prec. | Succ. > |
|---|
















