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This must be the place Sorrentino ha (quasi) sempre ragione

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this-must-be-the-place-locandina-italianaCheyenne, ebreo, cinquantenne, ex rock star di musica goth, rossetto rosso e cerone bianco, conduce una vita più che benestante a Dublino. Trafitto da una noia che tende, talora, ad interpretare come leggera depressione. La sua è una vita da pensionato prima di aver raggiunto l’età della pensione. La morte del padre, con il quale aveva da tempo interrotto i rapporti, lo riporta a New York. Qui, attraverso la lettura di alcuni diari, mette a fuoco la vita del padre negli ultimi trent’anni. Anni dedicati a cercare ossessivamente un criminale nazista rifugiatosi negli Stati Uniti. Accompagnato da un’inesorabile lentezza e da nessuna dote da investigatore, Cheyenne decide, contro ogni logica, di proseguire le ricerche del padre e, dunque, di mettersi alla ricerca, attraverso gli Stati Uniti, di un novantenne tedesco probabilmente morto di vecchiaia. 

Giocare contro Maradona è come giocare contro il tempo perché sai che, prima o poi, o segnerà o farà segnare."

Se dovessimo usare una metafora calcistica definiremmo Paolo Sorrentino un fuoriclasse: uno di quei giocatori che riescono sempre ad illuminare il palcoscenico con giocate a effetto che risolvono la partita. Non è un caso, forse, che il suo primo film “l’uomo in più”, avesse come background narrativo l’evoluzione tattica del gioco del calcio.
Il suo è un cinema saturo, spesso vicino a far traboccare il vaso, in cui però l’ultima goccia è gelosamente custodita. Non fa eccezione il suo ultimo lavoro presentato al Festival di Cannes. Varcati i confini italiani, Sorrentino non si abbandona alla ridondanza del budget messo a disposizione (27 milioni di euro), continuando su quella linea autoriale che gli ha permesso di affermarsi come uno dei più importanti registi della sua generazione.

Rispetto all’essenzialità dei film precedenti, This must be the place, si manifesta come un concentrato di temi, suggestioni e generi: crescita, maturazione, dinamica padre\figlio, evoluzione del concetto di artista, riflessione sul rapporto immagini-musica, olocausto, nativi d’America, Stati Uniti, commedia-thriller on the road. Usando come base i concetti espressi nell’omonima canzone dei Talking Heads (la ricerca di una casa intesa come stabilità emotiva), Sorrentino costruisce una catena narrativa che Sean Penn trascina faticosamente per 120 minuti. Una catena in cui, forse inevitabilmente, alcuni anelli sembrano essere più deboli, quasi cesellati con materiali meno resistenti. L’apparente debolezza di alcuni passaggi è però compensata da una regia (e da un’interpretazione) che riempiono occhi e orecchi. La macchina da presa disegna, con continui movimenti, un universo emozionale tormentato in cui non esistono punti di stabilità; parabole aeree che descrivono una sorta di realismo in cui tutto è così fasullo da sembrare tremendamente vero: la maschera indossata dal protagonista, le panoramiche sul territorio americano, le carrellate sui personaggi incontrati da Cheyenne, l’incontro con il gerarca nazista.

Ogni movimento costruisce una composizione metaforica in cui l’elemento umano si muove con estrema lentezza. La sceneggiatura sottolinea il valore profondamente ironico e grottesco dell’universo rappresentato.
“Edward Hopper [...] ritrasse coloro che sembravano sopraffatti dalla società moderna, che non potevano rapportarsi psicologicamente agli altri e che, con gli atteggiamenti del corpo e i tratti facciali, indicavano di non avere mai avuto una posizione di autorità… Le sue figure sono imprigionate nel posto che occupano perché diventano parte della composizione generale del quadro e dei diversi movimenti direzionali di forme e colori. Non hanno capacità di movimento indipendente…” (M. Baigell - Arte Americana, 1930-1970. Milano 1992). 
Il fantoccio Penn-Cheyenne-Robert Smith è un simulacro intarsiato negli spazi, una specie di marionetta in balia degli eventi che ricorda il posticcio (nel senso di artificioso) Divo Giulio.
Sia Penn che Servillo restituiscono caratteri che si muovono sul sottile limite del ridicolo, rimanendo perfettamente in equilibrio tra il sublime e il pessimo (limite che forse è stato superato dal pur bravo Giacomo Rizzo nell’Amico di famiglia, il film non a caso “meno riuscito” di Sorrentino).

La sensazione che si ha dopo la prima visione del film è di estrema perplessità. La moltitudine di input offerti dal film non permette una piena comprensione di tanti piccoli (ma essenziali) particolari disseminati lungo questo viaggio. Si ha la sensazione che mentre Cheyenne trovava, lo spettatore perdeva, per poi ritrovarsi in una risoluzione finale troppo sottolineata per essere vera. La seconda visione agevola sicuramente la comprensione di una coerenza di fondo a tratti smarrita, facendoci riflettere sui tanti dettagli appena abbozzati e su soluzioni e immagini che richiamano, probabilmente in modo inconsapevole, il Penn regista di Into the wild.

Non so quanto sia giusta la necessità di ri-vedere un film per apprezzarlo a pieno ma in questo caso ,per andare oltre l’abbagliante bellezza di alcune singole sequenze che valgono il prezzo del biglietto (il piano sequenza sul concerto di David Byrne su tutte), la seconda visione restituisce al tutto una compattezza narrativa apparentemente sopita sotto il valore estetico delle immagini.

per senza soste.it
Jacques Bonhomme



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