“..Ci sono momenti che non seguono orbite.. in cui si ride veramente per niente”
Guardare in faccia una palma d’oro del cinema non è mai semplice: si creano aspettative del tipo “Vediamo se adesso hai le palle di stupirmi”, “vediamo se abbandonato il primo piano della macchina da presa, riesci a comunicarmi qualcosa”, “vediamo se adesso sento il tuo puzzo di sudore…”
Il teatro è ricco di fan accorsi (non più per Stefano fortunatamente) per celebrare l’evento del divo arrivato sotto casa… molti curiosi, molti addetti ai lavori, molta emozione di veder riempito quel povero palcoscenico (una sedia, un vocabolario, una bottiglia d’acqua), con l’ingombrante presenza di uno dei più apprezzati attori delle scena cinematografica europea.
S’inizia con il buio, con il tentativo del protagonista,Thom Pain, di accendersi una sigaretta e con la voce (microfonata) che legge sul vocabolario tutte le accezioni del termine paura. Già.. la paura… descrivibile solo sotto la copertura oscura di una definizione comunemente approvata, manifestata solo nel buio di una sala ansiosa di vedere in carne ed ossa il feticcio tanto desiderato.
Si chiude il vocabolario, si chiude il senso, si accendono le luci. Appare Elio Germano, colloquiale, quasi chapliniano in quel suo abito nero qualche taglia più grande, subito alla ricerca di un contatto diretto con il pubblico. Strizza l’occhio, si muove ansioso, e pian piano comincia a raccontarci la storia di un bambino vestito da Tex Willer. Qualcuno ride, compiaciuto e appagato dalla semplice visione terrena di chi solitamente sta dentro la proiezione.
Poi, Thom Pain divaga.
Intriso di apparente protagonismo parla di tutto e di niente, fa continui rimandi ad una dimensione illusoria, interpella il pubblico, scende in platea, si muove e torna sui suoi passi.
Ogni tanto tenta di recuperare il filo narrativo del bambino, dell’amore, della paura, ma continua a divagare; si perde ancora di più in un complesso gioco di significati assurdi, sussurra a se stesso i proprio flussi di coscienza… non centra mai l’obbiettivo, si muove attorno all’oggetto desiderato ma ne rifugge appena ne sente il respiro.
Si continua così, con i soliti allegri che continuano a ridere appagate dell’attore Elio Germano e con i soliti seri, che invece continuano a non ridere, e che pian piano iniziano a capire che non hanno davanti l’attore acclamato dal jet set ma il vero e proprio Thom Paie come perfetta sintesi di attore e personaggio..
Senza picchi drammatici lo spettacolo si chiude con un flebile e quasi impercettibile inno alla vita.
Torna il buio; tornano le luci ed i felici possono finalmente sfogare l’applauso nei confronti del divo. Ai seri invece rimane il niente.
Quel niente su cui è basato il sottotitolo dello spettacolo stesso.
La sensazione dominante è di aver assistito a qualcosa di molto più complesso di quello che sembra, una sorta d’inno disperato all’incomunicabile solitudine dei ricordi, affogati nell’apparente approssimazione spettacolare di un teatro fin troppo gigione.
Germano stesso, in fondo, dice che lo spettacolo vive ogni volta delle sensazioni della sala, che evolve ad ogni replica in base alla maggioranza del partito dei seri o dei felici.
Nonostante il divagare ci ricordiamo ancora dei tre concetti fondamentali: il bambino, l’amore, la paura, consapevoli che non esiste una risposta definitva alle questioni sollevate, consapevoli della bravura di un attore che non ha rinunciato a mettersi in gioco, consapevoli che in fondo, Thom Pain ci ha presi tutti per il culo.
per senzasoste.it
Jacques Bonhomme