Wu Ming, Marx e l’esercito industriale di riserva

Un articolo che vuole aprire un dibattito su lavoro, capitale, tecnologia, produzione ed immigrazione partendo da dati reali e cicli storici

La foto che correda questo articolo è stata scattata a Chemnitz in questi giorni. Si tratta della città che, fino alla caduta del muro, si chiamava Karl-Marx-Stadt e non deve quindi stupire la presenza del monumento dedicato all’autore del Capitale. L’istantanea ci rende qui un Marx sotto un cielo plumbeo, avvolto da manifestanti di estrema destra che brandiscono cartelli che recitano “fermare l’alluvione di immigrati!”. Spunta anche una bandiera tedesca con il Bundeswappen, lo stemma federale, che vanta una genealogia che risale a ben prima dello stato nazione. Quindi effetto urgermanisch, germanico ancestrale, garantito. Con la polizia, in un disordinato cordone sanitario attorno ai manifestanti, che favorisce l’impressione di abbraccio tra i dimostranti e la statua. Eppure lo sguardo monumentale e severo di Marx verso il basso, verso i manifestanti, suggerisce un confronto tra le due dimensioni, con l’autore del Capitale che sembra a stento trattenere uno sguardo che incenerisce chi lo circonda.

E’ il Marx di oggi, riportato improvvisamente alla luce dai comportamenti dell’estrema destra. Un Marx che appare nella cronaca tra estetica dell’equivoco e quella della presenza, in qualche modo, ineliminabile. Qualcosa di simile –tra l’equivoco e la presenza non azzerabile- avviene anche da noi. Come testimonia il dibattito sul concetto di “esercito industriale di riserva” ripreso anche da autori formalmente o informalmente vicini alla maggioranza gialloverde (come Bagnai e Fusaro) che suggerisce un ruolo progressista, di difesa della classi popolari dal contenimento dell’immigrazione. Contro queste posizioni si è espresso, tra l’altro, Diego Fanetti su Wumingfoundation nella miniserie “Lotta di classe, mormorò lo spettro” scritta in due puntate, che linkiamo in fondo.

La ricostruzione di Fanetti è fluviale ma molto utile. Ad esempio su due questioni, sostanziali, che riguardano direttamente Marx e Lenin. Del primo viene riportata la celeberrima risposta riguardante il comportamento da tenersi, da parte degli operai inglesi, sulla questione dell’immigrazione irlandese: non dividetevi, fate lotta di classe assieme e moltiplicatevi. Del secondo emergono le considerazioni, a lungo trascurate, di Lenin sulle richieste, durante il congresso della seconda internazionale a Stoccarda nel 1907, di far passare posizioni di blocco dell’immigrazione cinese in Usa. Lenin, che considerava queste posizioni succubi dell’ideologia colonialista, stava maturando le posizioni espresse nel celebre testo sull’imperialismo di dieci anni dopo: tanto più si diffonde il nazionalismo, tanto più è forte la tendenza, da parte dei paesi espressione della grande finanza, a sottomettere i paesi che oggi vengono chiamati emergenti. Una posizione nazionalista da parte della classe operaia, per Lenin, non farebbe che legittimare i comportamenti della grande finanza. In poche parole, per l’architetto della rivoluzione d’ottobre i tentativi politici, a sinistra, di blocco dei flussi migratori, favoriscono, a destra, l’imperialismo che poggia sulle esigenze dei flussi di capitale.

Oggi, come nel periodo del congresso della seconda internazionale a Stoccarda (epoca di Lehman Brothers anche quella con la grande crisi di borsa del 1907-8, le globalizzazioni si somigliano..) emergono posizioni che vogliono che un eventuale blocco dell’immigrazione tuteli la, chiamiamola, classe operaia e la sua funzione progressista. Posizioni alla Fusaro, per capirsi, che giocano sul paradosso, maliziosamente rivestito da astuzia della storia, di un governo di destra che fa politiche di sinistra. E in Italia solo un  governo di destra può farle, queste politiche di sinistra, se si legge Bagnai. Lasciamo qui perdere l’approccio antropologico conservativo, l’idea che una classe subalterna possa perdere la propria carica progressista se messa a contatto con  culture subalterne migranti, che in Italia al momento non interessa quasi a nessuno. E andiamo un attimo da Marx per evidenziare alcuni passaggi.

Questo non prima di ricordare uno slittamento di significato. La metafora dell’esercito industriale di riserva, tratta espressamente dalla cultura militare, oggi non può non fare i conti con la mutazione dell’idea di guerra, come di quella di esercito, degli ultimi 150 anni. All’epoca, grandi eserciti si confrontavano sulla superficie dell’Europa mentre, nei periodi di pace, grandi fabbriche erano abitate da masse brulicanti. La interscambiabilità tra operaio e soldato, spesso era la stessa figura sociale in stagioni differenti, aiutava a pensare il mondo della guerra e quello della produzione, anch’esso agitato da conflitti, con simili modi di pensare. Tanto che nel primo libro del Capitale (capitolo 25, Le leggi generali dell’accumulazione capitalistica) l’analisi della crescita della popolazione inglese, dagli anni ’40 agli anni ’60 dell’ottocento, assume il significato sia della comprensione dello sviluppo dei fattori conflittuali contenuti nella produzione che dell’emergere dell’esercito industriale di riserva destinato a contenerli. Oggi, l’esercito e l’esercito industriale di riserva, sono un’altra cosa: diminuiscono i numeri degli effettivi degli eserciti in Europa, e e le unità produttive tanto più evolvono tecnologicamente tanto meno impiegano forza lavoro. Insomma la metafora bellica applicata alla produzione è qualcosa che oggi implica piccoli numeri di effettivi impiegati, grande potenza d’impatto e alta tecnologia. Con quest’ultima che impone i ritmi delle mutazioni sia al modo di fare produzione che a quello di fare la guerra. E con un’altra mutazione essenziale: ai tempi di Marx l’esercito era un’ottima metafora per indicare i processi di centralizzazione e di messa a produttività di qualsiasi fenomeno grazie a una ristretta gerarchia di comando. Oggi guerra e tecnologia favoriscono conflitti asimmetrici, decentralizzati e complessi che mettono in difficoltà l’idea di centro, e di comando, di intere porzioni di realtà.

Insomma l’idea che l’esercito industriale di riserva sia una qualcosa meramente legato alla moltiplicazione delle braccia, che siano bianche o immigrate, è oggi qualcosa di meno immediato di quanto si possa pensare. Ma lo è anche in Marx che, nel capitolo 25 prima citato, pone lo sviluppo tecnologico, e non solo i flussi demografici, come precondizione per la formazione di un esercito industriale di riserva all’interno delle leggi di accumulazione del capitale. L’esercito industriale di riserva, in Marx, viene creato giocoforza dal miglioramento produttività capitalistica e dalla necessità di abbassare i salari. Ma non è, in Marx, il solo fattore demografico a determinarlo e, tantomeno, a organizzarlo. Determinante risulta il complesso delle macchine, all’interno di quello che chiama “le condizioni tecniche del processo di produzione”, e quello dei trasporti. Oggi diremmo che stiamo parlando di hardware e logistica e non sbaglieremmo nel vedere in Marx in qualcuno che ha visto bene la nascita di questi processi nella società moderna, quelli che si sono evoluti poi nelle forme che conosciamo. Ma a Marx non manca nemmeno la visione del software ovvero la capacità di sfruttare, da parte del capitale, “le potenzialità intellettuali del lavoro umano nello stesso modo in cui la scienza si incorpora [nella produzione] come forza indipendente”. In poche parole le braccia, nella creazione dell’esercito industriale di riserva, sono una condizione ma i veri fattori di creazione di questo esercito stanno in quella che Marx chiamava maschinerie, il macchinismo, nella nascente logistica, nella scienza che assumerà ruolo centrale produttivo nel frammento sulle macchine. E, sempre nel capitolo 25, proprio nelle sezioni dove si parla di esercito industriale di riserva vengono fissate le leggi generali dell’accumulazione capitalistica (sezione 5). E, in queste leggi generali, il rapido declino del salario, tra gli operai, non è dovuto all’esercito industriale di riserva ma al ciclo espansione-crisi tipico dell’economia capitalistica e alle crisi finanziarie. Crisi come nella grande crisi, espressamente citata in questa sezione del Capitale, della London Bank del 1867, e della finanza speculativa da essa legata, che mise sul lastrico il settore dei cantieri navali londinesi (e, con questo la classe operaia che vi lavorava).

In poche parole, a parte l’utile e divertente articolo di Fanetti, pensare che la destra, cercando di espellere gli immigrati, stia facendo una politica di sinistra, salvaguardando le condizioni di riproduzione delle classi lavoratorici è qualcosa che ha a che vedere con la sfera della polemica ma non con quella della realtà. Perchè, per assurdo, mantenendo stabile o contraendo una popolazione non si elimina la maschinerie, la moderna tecnologia, la logistica, la scienza. Tutti i fattori che oggi permettono di risparmiare, se non di fare totalmente a meno, della forza lavoro.

Vediamo infatti in breve un fantascenario: eliminando, manu militari, tutti gli extracomunitari che raccolgono il pomodoro a Cerignola non ci sarebbero oggi le condizioni economiche per assumere le braccia dei bianchi a salario sindacale. Ma quelle per la completa meccanizzazione, in connessione con la logistica più evoluta, del processo lavorativo riducendo il lavoro a costo zero.

Anche pensare che l’immigrazione sia legata ad un inevitabile processo di declino del salario è storicamente sbagliato. Basta vedere l’evoluzione del salario, dagli anni ’50 alla fine degli anni ‘70, dei paesi ad alta immigrazione ed alto sviluppo in Europa (Francia, Belgio, Gran Bretagna, Germania). O al fatto che in Cina, paese dotato di un infinito esercito industriale di riserva come di una seria politica di sviluppo tecnologico, il salario tende a crescere.

Il problema è che c’è una sinistra che è talmente spiazzata dai processi in corso che pensa con contorsioni concettuali talmente accentuate da rendersi poco conto di cosa sta dicendo. Ma questo spiazzamento, alla fine, tocca anche alla destra. Si pensi che l’Ungheria di Orbàn, con tassi di crescita negli ultimi anni sempre superiori al 3% e con le frontiere sigillate, comincia ad avvertire la mancanza di forza lavoro. Importerà manodopera, tecnologie o avvierà un ciclo di stagnazione? E si tratta di fenomeni che il sovranismo lo sgretolano, ci mancherebbe.

Una cosa è certa, il capitale non sta mai fermo. O va comunque più veloce dei modi contorti che la politica di oggi usa per pensarlo.

Ecco qui i link

parte 1

https://www.wumingfoundation.com/giap/2018/06/marx-immigrazione-puntata-1/

parte 2

https://www.wumingfoundation.com/giap/2018/06/lenin-immigrazione-puntata-2/#leninnoborder

Naturalmente interventi costruito secondo opinioni o punti di osservazione differenti, in un dibattito così sentito, sono benvenuti. La foto di Marx a Chemnitz si puo’ vedere in tanti modi.

redazione, 30 agosto 2018

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